Sempre più spesso, le cronache ci raccontano storie di persone che, stanche della schiavitù digitale e dell’influenza esasperante dei social media sulla vita quotidiana, decidono di staccarsi dai circuiti virtuali che hanno finito per condizionare ogni momento della loro giornata. Non è un caso: l’uso dei social è ormai eccessivo, e molti Paesi stanno intervenendo per limitarne l’accesso ai ragazzi al di sotto di una certa età.
Ma quando si parla di figli, come suggerisce Paolo Crepet, la soluzione ideale non dovrebbe venire dalle leggi, bensì dalle famiglie stesse: genitori consapevoli che sanno porre limiti, insegnare responsabilità e accompagnare i figli nel mondo digitale, prima ancora che diventi una trappola.

Chi è Paolo Crepet
Paolo Crepet non è il classico psichiatra in camice bianco che impartisce lezioni da dietro una scrivania piena di libri. È, prima di tutto, una persona capace di portare nelle case di tutti messaggi chiari e, soprattutto, pratici.
Psichiatra, sociologo, scrittore e volto noto, Crepet parla di famiglia, adolescenza e genitori con l’esperienza di chi ha lavorato sul campo clinico, in ambito accademico e nella divulgazione, riuscendo sempre a farsi capire da chiunque.
E quando affronta il rapporto tra genitori e figli, lo fa spesso per scuotere, per far riflettere, per risvegliare le coscienze, senza mai perdere quella sincerità che lo rende così vicino a tutti noi.
I danni cognitivi dei social sui giovani
“Il genitore che regala il cellulare ai figli per poterli controllare è un perfetto egoista che non ha nulla a che vedere con una buona educazione.”
A primo impatto, questa frase può sembrare fortemente provocatoria, a tratti persino scomoda, soprattutto per chi ogni giorno mette uno smartphone o un tablet nelle mani dei propri figli – pensando così di stare tranquilli.
Crepet tocca però un nervo scoperto: molti genitori lo fanno credendo di proteggere i figli, quando in realtà stanno spesso proteggendo la propria ansia. E il paradosso è che regalare uno smartphone ai bambini per motivi di “sicurezza” può rivelarsi più dannoso che protettivo. Espone i più piccoli a rischi concreti: i social network, le truffe online, i furti d’identità, contenuti inadeguati facilmente reperibili; tutti pericoli che la buona intenzione da sola non riesce a arginare.
Educare è educare, non sorvegliare
I nostri nonni ripetono spesso: “Ai miei tempi potevi girare tranquillo e lasciare la porta di casa aperta”. Oggi, invece, viviamo in un mondo molto più complesso, in cui la comunicazione continua amplifica anche la percezione del pericolo. Notizie, social, allarmi incessanti bombardano i nostri smartphone di notifiche dalla mattina alla sera.
È umano – più che umano – provare paura. E lo si sente ancora di più quando si hanno figli piccoli che vanno a scuola, adolescenti che frequentano l’università o si trasferiscono nei grandi centri, dove il pericolo sembra nascondersi dietro ogni angolo.
Ma l’amore non può trasformarsi in sorveglianza permanente. La sfida sta nel cambiare il messaggio: Non più “Ti do questo per sapere sempre dove sei.”, ma “Ti do questo perché tu impari a usarlo con responsabilità.”
Perché uno smartphone in mano a un figlio, soprattutto se piccolo, può trasformarsi in fonte di stress e ansia, favorendo dipendenza e disagio invece di autonomia:
- disturbi del sonno, causati dalle notifiche continue;
- iperconnessione e isolamento, più tempo online può ridurre il contatto con amici e famiglia;
- dipendenza da approvazione sociale, like diventano veri termometri di autostima.
Il paradosso è che il genitore che cerca di “proteggere” il figlio con il cellulare finisce spesso per fare involontariamente il contrario.