Hai mai avuto la sensazione – magari solo per un momento, magari con un po’ di colpa – che stessi cercando di costruire tuo figlio invece di conoscerlo? Che le sue scelte, i suoi interessi, il suo carattere fossero cose da raddrizzare più che da accogliere? Che la tua idea di quello che avrebbe dovuto essere pesasse più della tua curiosità per quello che era già? Massimo Recalcati – psicoanalista, uno degli intellettuali italiani più ascoltati quando si parla di genitorialità e relazioni familiari – ha trovato una frase che tocca esattamente questo punto. E che molti genitori, leggendola, riconoscono immediatamente come vera.

Un figlio non è un progetto da realizzare
“Un figlio non è un progetto da realizzare ma un’esistenza da accogliere.“
È una frase che sembra semplice e invece smonta qualcosa di molto radicato. Nella cultura contemporanea – quella dei genitori “investitivi”, delle attività extrascolastiche ottimizzate, delle carriere pianificate dall’asilo – il figlio tende a diventare un progetto. Si sceglie la scuola giusta, si selezionano le attività che sviluppano le competenze giuste, si monitorano i progressi, si interviene quando il risultato non corrisponde alle aspettative.
Recalcati dice che questo è fondamentalmente un errore di categoria: stai trattando un’esistenza come se fosse un prodotto.
La differenza tra progetto ed esistenza
Un progetto ha un obiettivo. Un’esistenza ha una direzione che emerge dall’interno. Un progetto si valuta sul risultato. Un’esistenza si valuta sulla qualità dell’esperienza di chi la vive. Un progetto si può ottimizzare. Un’esistenza si può solo – nel senso più pieno del termine – abitare.
Quando tratti tuo figlio come un progetto, gli stai implicitamente dicendo che il suo valore dipende da quanto si avvicina a quello che hai immaginato per lui. Quando lo tratti come un’esistenza da accogliere, stai dicendo qualcosa di completamente diverso: che sei lì per conoscerlo, non per plasmarlo.
Accogliere non significa non educare
Recalcati non sta dicendo di lasciare fare tutto ai figli, di rinunciare ai limiti o all’educazione. Il suo pensiero – espresso in Il complesso di Telemaco, Le mani della madre, Il segreto del figlio – è molto più articolato di così.
Sta dicendo che il punto di partenza deve essere diverso. Prima di decidere cosa insegnare a tuo figlio, devi chiederti chi è. Prima di costruire aspettative su di lui, devi avere la curiosità di osservarlo. Prima di intervenire per correggere, devi essere in grado di capire. L’accoglienza non è passività: è la condizione necessaria perché l’educazione diventi qualcosa di reale invece di una proiezione dei tuoi desideri su qualcun altro.
Il figlio che non sei
C’è un figlio che hai immaginato – forse anche prima della nascita – e c’è il figlio che è arrivato. Spesso sono diversi. E quella differenza, invece di essere vissuta come un fallimento o come qualcosa da correggere, può diventare la cosa più interessante che ti sia mai capitata.
Tuo figlio ti mostrerà cose che non ti aspettavi. Ti porterà in territori che non avevi pianificato. Ti chiederà di essere flessibile in modi che non avevi previsto. Recalcati direbbe che questa è esattamente la ricchezza della genitorialità: non il fatto che il figlio realizzi il tuo progetto, ma che ti porti fuori di esso verso qualcosa che non sapevi di voler conoscere.
Il peso delle aspettative non dette
Una delle cose più difficili della genitorialità è che molte aspettative non vengono mai dichiarate, eppure i figli le sentono lo stesso. Il bambino che “deve” essere bravo a scuola perché il genitore ci teneva. La ragazza che “deve” scegliere una certa carriera perché la famiglia si aspetta continuità. Il figlio che deve essere sportivo, o sensibile, o estroverso, o qualunque cosa il genitore fantasticava.
Recalcati chiama questa dinamica “il peso del progetto altrui“: crescere portando sulle spalle un’identità che non è la propria, cercando di realizzare una vita che qualcun altro ha immaginato. Il costo psicologico di questa dinamica – in termini di ansia, di senso di inadeguatezza, di difficoltà a capire chi si è davvero – è enorme.
La domanda che cambia tutto
Recalcati suggerisce una domanda semplice che i genitori potrebbero farsi ogni tanto: sto cercando di conoscere mio figlio, o sto cercando di formare mio figlio? La differenza non è sottile: nella prima postura c’è curiosità, apertura, disponibilità a essere sorpreso. Nella seconda c’è un’agenda, un obiettivo, un metro di misurazione.
Non si tratta di smettere di educare. Si tratta di educare partendo dalla persona reale che hai davanti, non dalla persona che avresti voluto avere davanti. È una differenza sottile, ma produce risultati completamente diversi, sia per il figlio che per te.
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