Quante volte ti sei detto “andrà meglio”, “ce la farò”, “quella cosa che aspetto cambierà tutto”, e poi la realtà è arrivata a smentire ogni aspettativa? E la cosa che aspettavi, quando è arrivata, non era come l’avevi immaginata? O non è arrivata del tutto? Arthur Schopenhauer, il filosofo tedesco che ha fatto del pessimismo una forma d’arte intellettuale, aveva una spiegazione precisa per questo meccanismo. E non ti consolerà, ma potrebbe aiutarti a smettere di farti del male nel modo sbagliato.

La speranza ci inganna e ci delude
“Il nostro pensiero di una felicità futura è sempre chimerico: ora c’inganna la speranza, ora ci delude la cosa sperata.”
La struttura è quella di un coltello a doppia lama. Prima ti taglia la speranza, quella sensazione dolce e pungente di qualcosa che potrebbe essere. Poi ti taglia la delusione, quando quella cosa arriva e non è come immaginavi, o non arriva affatto. Schopenhauer dice che è quasi inevitabile: la felicità futura è sempre “chimerica”, sempre una costruzione della mente che la realtà non può eguagliare.
Perché la speranza inganna
Schopenhauer non dice che la speranza sia inutile. Dice qualcosa di più preciso: che la speranza costruisce un’immagine del futuro che è necessariamente più bella della realtà. La mente umana idealizza ciò che non ha ancora, lo carica di aspettative, lo satura di significato, lo trasforma in qualcosa che nessuna realtà concreta potrebbe essere all’altezza di.
Quando poi quella cosa arriva – il lavoro desiderato, la relazione sognata, l’obiettivo raggiunto – la sensazione di pienezza dura pochissimo. La mente si adatta rapidamente, l’eccitazione sfuma, e già si comincia a desiderare qualcosa d’altro. È il meccanismo che in psicologia moderna si chiama “treadmill edonico“: il benessere torna sempre al livello di base, indipendentemente da quello che ottieni.
Schopenhauer aveva capito questo duecento anni prima della psicologia positiva. E ne aveva tratto una conclusione diversa: non “impara ad apprezzare quello che hai”, ma “smettila di credere che la felicità futura risolverà quello che sei adesso”.
C’è qualcosa di liberatorio, paradossalmente, in questa visione. Se accetti che la speranza inganna – che nessun obiettivo raggiunto ti renderà felice per sempre – smetti di rimandare la tua vita a quando arriverà quella cosa. Smetti di dire “sarò felice quando avrò X”. Cominci a chiederti: cosa posso fare adesso, con quello che ho, in quello che sono? La risposta a quella domanda è più vicina alla felicità autentica di qualsiasi traguardo futuro.
La cosa sperata delude
La seconda lama è ancora più tagliente. Anche quando la speranza si realizza – anche quando ottieni quello che volevi – c’è quasi sempre un momento di disillusione. Perché la realtà non è mai all’altezza dell’immagine mentale che hai costruito. Non perché la realtà sia brutta: ma perché l’immagine mentale non aveva i difetti, le fatiche, la complessità che ogni cosa reale porta con sé.
Questo non è nichilismo: è lucidità. Schopenhauer non dice di smettere di desiderare; dice di smettere di aspettarsi che il desiderio realizzato ti renda felice per sempre.
Cosa fare con questa frase
La risposta di Schopenhauer era la filosofia stoica: trovare la soddisfazione nel processo, non nell’esito. Nel fare, non nell’avere. Nel pensare, non nel conquistare. È una visione esigente, perché richiede di costruire una fonte di significato interna che non dipende da quello che succede fuori.
Non è la risposta più facile. Ma è probabilmente quella più duratura. Sapere che la speranza inganna non significa smettere di sperare: significa non delegarle la propria felicità. Significa trovare qualcosa di stabile a cui appoggiarsi, qualcosa che non dipenda da quello che arriverà. La speranza può guidarti; non può salvarti. Quella parte la devi fare tu.
Chi era Schopenhauer e perché era così pessimista
Arthur Schopenhauer nacque a Danzica nel 1788 e morì a Francoforte nel 1860, dopo una vita dedicata alla filosofia con rara coerenza, dopo anni di incomprensione accademica e isolamento sociale. Il suo sistema filosofico – esposto nel capolavoro Il mondo come volontà e rappresentazione – è costruito sull’idea che alla base della realtà ci sia una “volontà” cieca e insoddisfacibile che spinge ogni essere vivente a desiderare senza fine. Non c’è un fine verso cui si tende: c’è solo il desiderare, e poi il desiderare ancora.
La sua vita fu punteggiata da delusioni: un tentativo fallito di rivaleggiare con Hegel all’università di Berlino, rapporti difficili con la madre scrittrice, l’isolamento degli anni maturi. Eppure verso la fine della vita divenne finalmente famoso, letto, riconosciuto. E continuò a scrivere con la stessa lucidità cupa di sempre.
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