Ci sono notti in cui il sonno non arriva. Non perché si abbia qualcosa di urgente da fare, non perché si aspetti una notizia, ma perché la testa non smette. I pensieri girano, si ripetono, si infilano in direzioni che di giorno non prenderebbero. È in quelle notti che Fernando Pessoa, o meglio il suo eteronimo Bernardo Soares, sembra aver scritto ogni pagina del Libro dell’inquietudine, un’opera che non è un romanzo, non è un diario, non è un saggio, ma qualcosa che assomiglia alla trascrizione fedele di una mente che non riesce a fermarsi.

Chi era Bernardo Soares e perché Pessoa non firmò quel libro
“Non sono nulla. Non sarò mai nulla. Non posso volere di essere nulla. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.” – Fernando Pessoa / Bernardo Soares, Il libro dell’inquietudine, a cura di Antonio Tabucchi, Feltrinelli
Fernando Pessoa scrisse sotto molti nomi. Non pseudonimi nel senso ordinario, ma eteronimi: personalità letterarie complete, ciascuna con una biografia, uno stile, una visione del mondo. Alberto Caeiro era il poeta della natura e dell’immediato, che guardava le cose senza pensarci sopra. Ricardo Reis era il classicista stoico, erede di Orazio. Álvaro de Campos era il poeta futurista, esaltato, pieno di urgenza. E poi c’era Bernardo Soares.
Soares era diverso dagli altri eteronimi. Pessoa stesso lo definì un “semi-eteronimo”, più vicino a lui di quanto lo fossero gli altri, una proiezione di sé stesso con qualcosa di mutilato o di ridotto. Soares è un piccolo impiegato contabile che lavora in un magazzino di stoffe a Lisbona, vive in una stanza in affitto nel quartiere della Baixa, non ha una vita personale che conti, non ha ambizioni, non ha amici veri. Passa le giornate ai libri contabili e le notti a scrivere frammenti su tutto: su se stesso, sul tempo, sul sogno, sulla morte, sul niente di fare, sul molto di pensare.
Il Libro dell’inquietudine fu scritto a tratti per vent’anni, tra il 1913 e il 1935, l’anno della morte di Pessoa. Non fu mai organizzato dall’autore in una forma definitiva: esisteva come una cassa di frammenti numerati, senza ordine narrativo, senza progressione. Fu pubblicato postumo nel 1982, curato e ordinato da editori e critici che provarono a dare una struttura a qualcosa che forse non avrebbe dovuto averne. In Italia la traduzione di riferimento è quella curata da Antonio Tabucchi per Feltrinelli, un’edizione che, come dice Tabucchi nell’introduzione, è “una proposta di lettura” più che una ricostruzione definitiva.
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Come Pessoa descrive le notti di Soares
Il libro non ha una trama. Ha un’atmosfera. È sempre Lisbona di sera o di notte; è quasi sempre la stanza di Soares, o le strade vuote della Baixa dopo la chiusura dei negozi; è quasi sempre il momento in cui gli altri dormono e lui no. E in quel silenzio, Soares scrive.
“Tedio. Non so nemmeno se mi annoi davvero, o se la noia è solo il nome che do a qualcosa che non ne ha un altro. Quello che so è che sono sveglio mentre tutto il resto dorme.”
La qualità peculiare di Soares – e di Pessoa attraverso di lui – è che i pensieri notturni non hanno una destinazione. Non risolvono niente, non portano a conclusioni utili, non preparano decisioni per il giorno dopo. Girano su se stessi, si approfondiscono in qualcosa che non è saggezza, ma che le assomiglia: una lucidità dolorosa sul fatto di essere vivi senza capire del tutto cosa significa.
“Tutto mi pesa e mi affascina nel pari. Ho nell’anima un peso di stanchezza irreale, come se avessi già vissuto tutto e fossi rimasto solo il riflesso di qualcosa che esisteva altrove.”
Sono pensieri che chiunque abbia avuto ore insonni riconoscerà. Non la disperazione, non l’angoscia acuta, ma quella stanchezza sottile di chi pensa troppo e sa troppo bene che pensare non basta. È la condizione di chi è sveglio quando non dovrebbe esserlo, e usa quella veglia per guardarsi dentro con un’onestà che la luce del giorno non permetterebbe.
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Cosa faceva Soares con quei pensieri e cosa puoi fare tu
La risposta di Soares all’insonnia dei pensieri non era cercare di fermarli. Era scrivere. Pagina dopo pagina, frammento dopo frammento, non per costruire un sistema, non per arrivare a una conclusione, ma per dare forma a quello che altrimenti sarebbe rimasto rumore nella testa.
Scrivere non è terapia, e Pessoa non lo avrebbe detto così. Ma c’è qualcosa di vero in quello che Soares faceva di notte: prendere i pensieri che girano e dargli una forma su carta trasforma il rapporto con loro. Non li elimina – Soares non dormiva meglio per aver scritto – ma li rende meno oppressivi. Diventano qualcosa di osservabile, qualcosa che si può guardare da fuori invece di subirlo dall’interno.
Se anche tu hai notti in cui la testa non si ferma, potresti provare quello che faceva Soares: non cercare di spegnere i pensieri, non fissare il soffitto aspettando che passino, ma prendere un foglio, un taccuino, il telefono, e scriverli. Non per rileggerli, non per mostrali a qualcuno: solo per dargli un posto dove stare che non sia la testa. Una frase. Due. L’equivalente in carta di un respiro profondo.
Non è una soluzione. È un gesto. Ed è quello che Bernardo Soares ha fatto per vent’anni, nelle notti di Lisbona, in una stanza in affitto con una finestra che dava sui tetti, finché quella cassa di frammenti non è diventata uno dei libri più onesti che siano stati scritti sulla condizione di chi pensa troppo e dorme troppo poco.
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