Fernando Pessoa era uno scrittore che si moltiplicava. Non contento di una sola identità, aveva creato decine di eteronimi – personalità letterarie complete, con biografie, stili e filosofie proprie – con cui popolava la sua solitudine a Lisbona. Pessoa era molti. E tutti questi molti avevano in comune una cosa: la capacità di guardare le cose ordinarie con un’attenzione che le trasformava in qualcosa di straordinario.
Il tramonto è uno di questi oggetti ordinari. Lo vediamo ogni giorno, o potremmo, se ci fermassimo a guardare. E Pessoa ci ha lasciato su di esso una delle frasi più brevi e più fertili che siano mai state scritte sull’imperfezione: non come difetto da correggere, ma come condizione costitutiva di tutto ciò che esiste. Anche del tramonto più bello.

Tutto è imperfetto
“Tutto è imperfetto, non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più.”
Fermati un momento su questa frase. Non dice: il tramonto è imperfetto, ma è ugualmente bello. Dice qualcosa di più radicale: il tramonto è bello – uno dei fenomeni più belli che la natura produca ogni giorno, senza eccezioni – e tuttavia non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più. L’imperfezione non è un’eccezione: è la regola assoluta. Tutto ciò che esiste avrebbe potuto essere migliore. È legge dell’esistenza.
Pessoa non sta dicendo che il tramonto sia mediocre. Sta dicendo che la perfezione assoluta è un concetto vuoto, un fantasma che non abita nessuna cosa reale. Ogni tramonto è il massimo di bellezza possibile in quelle condizioni esatte, in quel momento esatto, con quell’atmosfera esatta. E al tempo stesso, in astratto, avrebbe potuto essere di più. Questa coesistenza – la bellezza massima e la possibilità teorica di ancora di più – è la condizione di tutto ciò che esiste.
La trappola del confronto con il possibile
Il problema con cui la maggior parte delle persone vive non è l’imperfezione in sé. È il confronto tra ciò che c’è e ciò che potrebbe esserci. Tra la vita reale e quella immaginata. Tra il corpo che si ha e quello che si vorrebbe. Tra la relazione che si vive e quella che si sogna. Tra il lavoro che si fa e quello che sarebbe perfetto.
Pessoa sta dicendo che questo confronto è strutturalmente impossibile da vincere, non perché tu sia insufficiente, ma perché l’imperfezione è la condizione di tutto, nessun tramonto escluso. Il tramonto più stupendo che tu abbia mai visto – quello che ti ha tolto il respiro, che hai fotografato e che ancora ti commuove – avrebbe potuto essere di più. Eppure era bellissimo. Eppure valeva la pena guardarlo. L’imperfezione non sminuisce la bellezza: la abita.
Accettare l’imperfezione come condizione, non come fallimento
C’è una differenza enorme tra l’imperfezione come fallimento personale e l’imperfezione come condizione universale. La prima è una colpa, qualcosa che avresti potuto evitare, correggere, migliorare, e non hai fatto. La seconda è semplicemente il modo in cui le cose stanno: nessun essere umano, nessun tramonto, nessuna opera d’arte, nessuna relazione è mai stata perfetta. Mai. Non perché manchino di qualcosa di fondamentale, ma perché la perfezione assoluta non appartiene al mondo reale.
Quando Pessoa dice che non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più, sta implicitamente dicendo anche: non c’è persona così buona o così capace da non poterlo essere di più. Non c’è vita così ben vissuta da non poterlo essere di più. Non c’è amore così profondo da non poterlo essere di più. E questo non è una condanna: è una liberazione. Perché se l’imperfezione è universale e strutturale, allora smette di essere una caratteristica tua personale da vergognartene. È semplicemente la texture della realtà.
Il tramonto imperfetto come modello di vita
Torniamo al tramonto. Lo guardi. È bello, magari straordinariamente bello, magari uno di quei tramonti che sembrano dipinti. E in qualche angolo della mente sai che avrebbe potuto essere ancora più bello. Ma non lo stai criticando per questo. Non lo stai confrontando con un tramonto ideale che non esiste. Lo stai guardando, lo stai abitando, lo stai lasciando entrare per quello che è.
Pessoa sta chiedendoci di fare con la nostra vita – con noi stessi, con le persone che amiamo, con il lavoro che facciamo – quello che facciamo istintivamente con il tramonto. Guardarlo per quello che è. Trovarlo bello per quello che è. Sapere che avrebbe potuto essere di più, e scegliere comunque di stare qui, presenti, a guardarlo. Non nonostante l’imperfezione. Con l’imperfezione, che è parte di ciò che lo rende reale.
Frasi di Fernando Pessoa
- “Tutto è imperfetto, non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più.”
- “Per me non esistono fiori in grado di reggere il confronto con la varietà dei colori che assume Lisbona alla luce del sole.”
- “C’è un destino uguale, perché è astratto, per gli uomini e per le cose, una designazione ugualmente indifferente nell’algebra del mistero.”
- “Perché per essere felici è necessario non saperlo?”
- “E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?”
BIO di Fernando Pessoa
Fernando Pessoa (Lisbona, 1888 – Lisbona, 1935) è considerato il più grande poeta portoghese del Novecento e una delle figure più singolari e originali della letteratura mondiale. Trascorse la maggior parte della vita a Lisbona lavorando come traduttore commerciale, scrivendo quasi in segreto una delle opere letterarie più vaste e più complesse del suo tempo. Creò oltre settanta eteronimi, tra cui i principali: Alberto Caeiro (poeta del paganismo), Ricardo Reis (poeta classicista), Álvaro de Campos (poeta modernista), e Fernando Pessoa stesso come semi-eteronimo. La maggior parte della sua opera fu scoperta e pubblicata postuma. Il Libro dell’Inquietudine, attribuito all’eteronimo Bernardo Soares, è considerato uno dei capolavori della prosa del Novecento.
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