Ci hanno insegnato a dare risposte. Giuste, rapide, possibilmente brillanti. Concita De Gregorio, invece, ci invita a fare un passo indietro – o forse avanti – e a guardare con più attenzione le domande. Non quelle da quiz, ma quelle che facciamo quando leggiamo una storia, ascoltiamo qualcuno parlare, osserviamo il mondo e sentiamo un leggero fastidio dentro. Quelle che partono come curiosità e finiscono per essere confessioni mascherate.
Secondo Concita De Gregorio, le domande sono specchi. E spesso non ci piace quello che riflettono.

Chi è Concita De Gregorio
Concita De Gregorio è una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano contemporaneo. Giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e televisiva, è stata direttrice de l’Unità e firma storica di la Repubblica. Da anni racconta la politica, la società e soprattutto le persone, con uno stile riconoscibile: empatico, netto, mai accomodante.
Ha la capacità di stare nelle pieghe delle cose, di fare domande giuste nei momenti sbagliati. O, se vogliamo dirla meglio, nei momenti necessari.
“Le domande parlano sempre di chi le fa“: una frase che punge
“Le domande parlano sempre di chi le fa. Le domande usano il testo come un pre-testo, appunto, per dire qualcosa di personale che altrimenti sarebbe più difficile esprimere. Sembrano generiche, riferite alla storia di fantasia narrata, invece sono pezzi della loro vita trasformati in interrogativi.”
Questa frase ribalta il punto di vista: non è il contenuto della domanda a essere importante, ma il bisogno che la genera.
Quando qualcuno chiede: “Ma secondo te lui l’ha davvero amata?” non sta parlando di un personaggio. Sta parlando di sé. Della propria paura di non essere stato amato abbastanza. Quando domanda: “Perché lei non se n’è andata prima?” spesso sta facendo i conti con una scelta che non ha avuto il coraggio di fare.
Le domande diventano così un modo elegante – e socialmente accettabile – per dire: questa cosa mi riguarda.
Il “pre-testo”: quando la storia è solo una scusa
Concita De Gregorio usa una parola precisa: pre-testo. Il testo (un libro, un film, una notizia) è solo l’appiglio. Il vero discorso è altrove. È personale, intimo, a volte doloroso. È un meccanismo umano e diffusissimo. Chiediamo per non dire. Domandiamo per non confessare. E spesso neanche ce ne accorgiamo.
Pensaci: quante volte una domanda “teorica” nasconde una questione emotiva enorme? Tantissime. Ed è qui che la riflessione di Concita De Gregorio diventa utile, concreta, quasi pratica.
Imparare a capire gli altri… ascoltando le loro domande
Se è vero che le domande raccontano chi le fa, allora diventano uno strumento potentissimo per leggere le persone. Non per giudicarle, ma per capirle meglio.
Esempio reale, quotidiano: un genitore che chiede ossessivamente “Ma secondo te è normale che un bambino di sei anni faccia così?” non sta cercando una risposta tecnica. Sta chiedendo rassicurazione. Sta dicendo: ho paura di sbagliare.
Oppure l’amica che, dopo una rottura, ti chiede: “Secondo te le persone cambiano davvero?” Non vuole una dissertazione filosofica. Vuole sapere se può ancora sperare. Capire questo cambia tutto: il modo in cui rispondiamo, il modo in cui ascoltiamo, il modo in cui stiamo con gli altri.
Cosa ci insegna, in pratica, questa idea
Poche cose, ma decisive:
- le domande non vanno liquidate in fretta;
- dietro una domanda c’è quasi sempre un’emozione;
- ascoltare bene una domanda è già una forma di risposta.
E no, non serve essere psicologi. Serve solo un po’ di attenzione e meno voglia di avere ragione.
Del resto, anche la psicologia sociale conferma questa intuizione: diversi studi sulla comunicazione indiretta mostrano che le persone usano domande e metafore per esprimere contenuti emotivi complessi, soprattutto quando parlarne direttamente sarebbe troppo esposto o doloroso. Le domande funzionano come una zona franca emotiva: permettono di dire senza dirsi del tutto.
In altre parole: non è vigliaccheria, è sopravvivenza emotiva.
Una lezione che vale per tutti
Concita De Gregorio sta parlando di esseri umani. Di noi, quando facciamo domande “per caso” che casuali non sono mai.
La prossima volta che qualcuno ti fa una domanda che ti sembra fuori luogo, banale o ripetitiva, fermati un attimo. Chiediti: che cosa sta davvero dicendo?
E la prossima volta che una domanda ti scappa di bocca, fai lo stesso con te stesso. Potresti scoprire qualcosa che non avevi ancora avuto il coraggio di nominare.
Le domande, alla fine, non servono solo a capire il mondo. Servono a dirci chi siamo, senza doverlo dichiarare ad alta voce. E forse è proprio per questo che fanno così paura. E così bene.
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