Hai mai guardato tuo figlio – o un ragazzo che conosci – mentre si diverte, ride, esce con gli amici, sta sul telefono ore, va a feste – e hai avuto la sensazione che, nonostante tutto questo, sia fondamentalmente infelice? Non è un’impressione tua. Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista tra i più ascoltati in Italia, ha studiato questa contraddizione per anni. Le sue risposte sono scomode, dirette, e spiegano molto.

1. Divertimento senza gioia
“I giovani cercano i divertimenti perché non sanno gioire. Ma la gioia è innanzitutto gioia di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accettata, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo.“
Questa frase, tratta da L’ospite inquietante – il libro in cui Galimberti analizza il nichilismo giovanile – smonta una confusione che facciamo spesso: quella tra divertimento e gioia. Il divertimento è esterno: musica, amici, alcol, stimoli continui. La gioia è interna: nasce da chi sei, da come ti senti con te stesso, dalla capacità di stare nel presente senza fuggire.
Un ragazzo che non ha ancora costruito una sua identità stabile, che fatica ad accettare la realtà per com’è, che evita le frustrazioni invece di attraversarle, cercherà il divertimento perché è l’unico modo che conosce per silenziare qualcosa che non riesce ancora a nominare.
2. Il presente come fuga dall’angoscia
“Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.“
Galimberti descrive qui un meccanismo preciso: i ragazzi vivono nel presente – vivono di Instagram, di TikTok, di uscite, di stimoli immediati – non perché siano superficiali, ma perché il presente intenso serve a coprire qualcosa. Quella “angoscia” di cui parla non è una parola grossa: è la sensazione di vuoto che arriva quando ci si ferma, quando il telefono si scarica, quando si è soli con se stessi.
La scuola, il futuro, le scelte – tutto quello che richiede proiezione nel tempo – è percepito come minaccioso. Meglio stare nell’adesso, intenso e rumoroso, che affacciarsi sul silenzio.
3. Identità frantumata tra noia ed eccitazione
“Dalla perdita di identità… nasce quel frazionamento psichico dove l’identità vive nel gesto misurato non sulla scala del bene e del male, di cui non si distingue più il confine, ma sulla scala della noia e dell’eccitazione.“
Questo è il punto forse più profondo. Galimberti dice che molti adolescenti oggi non si chiedono più “è giusto o sbagliato?”, ma solo “mi annoia o mi eccita?” Le coordinate morali cedono il posto alle coordinate dell’emozione immediata. Non è cinismo, è il risultato di crescere in un mondo in cui i riferimenti valoriali sono diventati così fluidi e contraddittori da non offrire più un terreno solido.
Un ragazzo che non sa chi è difficilmente sa cosa vuole, e ancora più difficilmente sa perché dovrebbe scegliere una cosa piuttosto che un’altra.
4. Il nichilismo che non ha nome
“L’ospite inquietante è il nichilismo, ovvero l’assenza di senso e di valori che, senza farsi vedere, si aggira tra i giovani, che ne sono portatori spesso inconsapevoli.“
In questo Galimberti è netto: il problema degli adolescenti di oggi non è che sono ribelli, non è che non rispettano le regole, non è che sono troppo viziati. È che molti di loro non trovano un senso in quello che fanno. La scuola non risponde alla domanda “perché dovrei imparare questo?”. Il lavoro futuro appare lontano e incerto. Le relazioni sono spesso virtuali. Il corpo e le emozioni vengono silenziati con distrazioni sempre più veloci.
Galimberti ha dedicato anni a parlare nelle scuole italiane, e dice che il cambiamento si fa nella relazione, nell’adulto che non ha paura di stare davanti a un ragazzo e fare domande difficili invece di dare risposte facili.
Cosa fare con queste frasi
Se sei un genitore o un insegnante, queste quattro frasi di Galimberti non sono una condanna dei tuoi figli o dei tuoi studenti. Sono una mappa. Ti mostrano dove guardare quando un ragazzo sembra svuotato, annoiato, sempre alla ricerca di qualcosa senza mai trovarlo.
La risposta non è togliere il telefono o vietare le uscite. È più difficile di così: è costruire con loro momenti in cui si sentano visti, in cui le domande difficili abbiano spazio, in cui la frustrazione venga attraversata invece di essere evitata a ogni costo. Galimberti lo dice in modo diretto: i ragazzi non hanno bisogno di più divertimento. Hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a scoprire cosa significa sentirsi bene con se stessi, e quella è una cosa che non si trova su nessuno schermo.
Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista, professore universitario e autore di L’ospite inquietante (2007), il libro da cui vengono tre delle quattro frasi qui analizzate, è tra le voci più ascoltate in Italia quando si parla di disagio giovanile. Ha parlato in centinaia di scuole italiane e continua a farlo.
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