Arthur Schopenhauer è noto come il filosofo del pessimismo. Quello che diceva che la vita è una cosa spiacevole e si è proposto di passarla a rifletterci sopra. Quello che pensava che il desiderio fosse la radice della sofferenza e che il meglio che si potesse sperare fosse una temporanea riduzione del dolore. Non il tipo che immagini come guida alla vecchiaia serena, insomma.
Eppure le sue frasi sulla vecchiaia – sparse nei Parerga e Paralipomena e negli Aforismi sulla saggezza della vita – hanno qualcosa di sorprendentemente liberatorio. Forse perché un pessimista autentico, uno che non si fa illusioni su niente, è paradossalmente il più onesto dei compagni di viaggio quando si tratta di guardare in faccia la realtà del tempo che passa.

La nave e la riva che si allontana
“Come su una nave si nota il proprio movimento dal ritirarsi e quindi impiccolirsi degli oggetti sulla riva, così ci si accorge del proprio invecchiare quando persone di sempre maggiore età ci sembrano giovani.”
Questa è la frase più elegante e più acuta di tutto il catalogo di Schopenhauer sulla vecchiaia. L’immagine della nave è perfetta: non vedi la nave muoversi, ma vedi la riva che si allontana. Non percepisci il tuo invecchiare direttamente – il processo è troppo lento, troppo quotidiano – ma lo percepisci indirettamente, quando il metro di misura cambia intorno a te.
Ci hai mai fatto caso? C’è un momento preciso, nella vita di ognuno, in cui i trentenni cominciano a sembrarti giovani. Poi i quarantenni. Poi le persone che pensavi anziane cominciano a sembrarti coetanee. Non è che gli altri siano cambiati: sei tu che ti sei spostato. La riva si è allontanata. E quell’allontanamento è, paradossalmente, la prova più concreta e meno dolorosa del tuo invecchiare: non ti fa male come uno specchio, ma ti mostra la direzione con la stessa precisione.
Il ballo in maschera e la caduta delle maschere
Una delle immagini più potenti che Schopenhauer usa per la vecchiaia è quella del ballo in maschera:
“Gli ultimi anni della vita sono come la fine di un ballo in maschera, quando le maschere cadono.”
Durante il ballo – la vita attiva, produttiva, sociale – ci travestiamo di ruoli. Il giovane ambizioso, il genitore perfetto, il professionista instancabile, il seduttore irresistibile. Costruiamo questi costumi con cura, li indossiamo ogni mattina, li aggiustiamo nello specchio prima di uscire. Poi, con il passare del tempo, il trucco non regge più. Le energie si assottigliano, i ruoli perdono consistenza, e restiamo – forse per la prima volta – nudi davanti a noi stessi.
Schopenhauer non descrive questo come una tragedia: lo descrive come uno smascheramento. E uno smascheramento, per quanto scomodo, è sempre un incontro con la verità. Quante persone incontri nella vita che, invecchiando, diventano più se stesse? Più libere, più dirette, meno preoccupate dell’opinione altrui? È la maschera che cade. E spesso, sotto la maschera, c’è qualcosa di più autentico e più interessante di quello che la maschera mostrava.
Fanciullezza e vecchiaia: lo stesso scenario, visto da distanze diverse
“Nella fanciullezza la vita ci si presenta come uno scenario teatrale visto da lontano; nella vecchiaia come il medesimo scenario visto da molto vicino.”
Questa frase è quasi poetica nella sua semplicità. Da lontano, lo scenario sembra grande, luminoso, pieno di dettagli lusinghieri. Da vicino, vedi le cuciture, la cartapesta, le luci artificiali. Da lontano, la vita sembra piena di promesse infinite. Da vicino, capisci come funziona davvero.
C’è qualcosa di malinconico in questa immagine, certamente. Ma anche qualcosa di profondamente onesto. I bambini vedono il mondo con meraviglia ma non lo capiscono. I vecchi lo capiscono, ma faticano a meravigliarsi. La sfida della vita intera, suggerisce Schopenhauer tra le righe, è trovare un modo per tenere entrambe le cose vive: la comprensione dell’adulto e la meraviglia del bambino. Non è facile. Ma è forse il traguardo più degno che si possa inseguire.
La vecchiaia come svelamento del disinganno
“Carattere fondamentale della vecchiaia è il disinganno; in essa non vi è più di quelle illusioni che davano alla vita una bellezza incantevole ed all’attività uno stimolo; si è conosciuto la nullità e la vanità in questo mondo di qualunque magnificenza.”
Qui Schopenhauer è più cupo, ma anche più schietto. Il disinganno che descrive non è la disperazione: è la perdita delle illusioni. Quelle illusioni che ci facevano credere che una certa conquista, un certo amore, un certo successo avrebbe risolto tutto. Che una volta arrivati da qualche parte saremmo stati finalmente a posto.
La vecchiaia, per Schopenhauer, è il momento in cui si capisce che non è mai stato così. Che le magnificenze del mondo erano più piccole di quanto sembrassero. Ma – ed è qui che il pessimismo di Schopenhauer diventa paradossalmente saggio – questa consapevolezza non è necessariamente amara. È liberante. Chi non ha più illusioni non può più essere deluso. Chi ha conosciuto la vanità del mondo può finalmente smettere di rincorrerlo e cominciare a godere di ciò che c’è.
Da vecchi si prevengono le sventure, da giovani si sopportano
“Quando si è vecchi si è più capaci di prevenire le sventure, quando si è giovani si è capaci di sopportarle.”
Questa è la frase più pragmatica e, a suo modo, la più confortante. Non dice che la giovinezza sia migliore della vecchiaia: dice che sono diverse. E che ogni età ha le sue risorse specifiche. I giovani hanno la forza bruta, l’energia, la capacità di assorbire i colpi e rimbalzare. I vecchi hanno qualcosa che vale altrettanto: la capacità di vedere i pericoli prima che arrivino, di riconoscere i pattern, di sapere quando vale la pena combattere e quando conviene cambiare strada.
È la saggezza che Schopenhauer associa alla vecchiaia: non la saggezza mielosa delle favole, ma quella concreta, nata dall’esperienza. Quella che ti fa dire, davanti a certi segnali, conosco già come finisce questa storia. E che ti permette, talvolta, di non doverla vivere di nuovo per imparare la lezione.
La vita nei suoi ultimi anni come il quinto atto di una tragedia
“La vita negli anni della vecchiaia assomiglia al quinto atto di una tragedia: si sa che la fine tragica è vicina, ma non si sa ancora quale sarà.”
Questa è forse la frase più drammatica e, nel suo modo brusco e schopenhaueriano, la più onesta. Siamo nel quinto atto. La fine si avvicina, questo lo sappiamo. Ma non sappiamo esattamente come arriverà. È una condizione che potrebbe sembrare paralizzante. Invece, stranamente, può essere liberatoria.
Perché il quinto atto di una buona tragedia non è un atto di attesa passiva. È l’atto in cui i personaggi sono più autentici, più coraggiosi, più disposti a dire la verità. È l’atto in cui, non avendo più tutto il tempo del mondo, ci si permette di essere davvero se stessi. Schopenhauer non lo dice esplicitamente – il suo temperamento non lo avrebbe consentito – ma tra le righe di questa metafora c’è un invito: vivi il quinto atto come se contasse. Perché conta. Forse è quello che conta di più.
Chi era Arthur Schopenhauer
Arthur Schopenhauer (Danzica, 1788 – Francoforte, 1860) è stato uno dei filosofi più influenti e controversi dell’Ottocento. Il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione (1818), sviluppa una visione pessimistica dell’esistenza umana in cui la sofferenza è la condizione normale della vita e la felicità non è che una temporanea riduzione del dolore.
Tra le sue opere più lette: Gli aforismi sulla saggezza della vita (parte dei Parerga e Paralipomena), L’arte di essere felici, L’arte di trattare le donne. Profondo conoscitore della filosofia orientale – fu uno dei primi pensatori occidentali a fare tesoro del buddismo e dell’induismo – ebbe un’influenza enorme su Nietzsche, Freud, Wittgenstein e Thomas Mann. Visse a lungo a Francoforte, in compagnia dei suoi amati barbon, ed è sepolto in quella città.
6 frasi di Schopenhauer sulla vecchiaia
- “Come su una nave si nota il proprio movimento dal ritirarsi e quindi impiccolirsi degli oggetti sulla riva, così ci si accorge del proprio invecchiare quando persone di sempre maggiore età ci sembrano giovani.”
- “Gli ultimi anni della vita sono come la fine di un ballo in maschera, quando le maschere cadono.”
- “Nella fanciullezza la vita ci si presenta come uno scenario teatrale visto da lontano; nella vecchiaia come il medesimo scenario visto da molto vicino.”
- “Carattere fondamentale della vecchiaia è il disinganno; in essa non vi è più di quelle illusioni che davano alla vita una bellezza incantevole ed all’attività uno stimolo; si è conosciuto la nullità e la vanità in questo mondo di qualunque magnificenza.”
- “Quando si è vecchi si è più capaci di prevenire le sventure, quando si è giovani si è capaci di sopportarle.”
- “La vita negli anni della vecchiaia assomiglia al quinto atto di una tragedia: si sa che la fine tragica è vicina, ma non si sa ancora quale sarà.”
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