Addio a Wilma De Angelis, che a 96 anni sorrideva ancora: la frase di Cicerone spiega perché la vecchiaia è un dono

Wilma De Angelis ci ha lasciati l’11 ottobre 2026, a 96 anni. Cantante, conduttrice, presenza fissa della televisione italiana per decenni, è rimasta nella memoria di molti soprattutto per come stava nel mondo: con una gentilezza costante, un sorriso difficile da spegnere, una gioia di vivere che non si era consumata con gli anni. Suo nipote Fabio, nell’annunciare la sua morte, ha scritto che “ha vissuto una vita degna di essere vissuta”. Poche parole, ma giuste. E Cicerone, duemila anni fa, aveva già trovato il modo di spiegare perché.

Addio a Wilma De Angelis

Perché Wilma De Angelis era qualcosa di più di una cantante

“La vecchiaia non allontana dai piaceri importanti, e chi dice il contrario confonde ciò che il corpo esige con ciò che l’anima desidera.” – Marco Tullio Cicerone, De senectute, 44 a.C.

Wilma De Angelis aveva esordito negli anni Cinquanta, in un’Italia in cui la televisione era ancora una novità e il Festival di Sanremo era il grande rito collettivo dell’anno. Ci tornò nove volte. Nel 1961 portò Patatina, che divenne una di quelle canzoni che restano, non perché fossero le più complesse, ma perché avevano dentro qualcosa di genuino, di solare, che si attaccava alla memoria. Poi arrivò la televisione di cucina, con Telemenù e Sale, pepe e fantasia su Telemontecarlo: per quasi vent’anni entrò nelle case degli italiani all’ora di pranzo, con quella naturalezza di chi non recita un personaggio ma semplicemente è se stesso davanti alla telecamera.

Non era una star nel senso contemporaneo del termine: non era circondata da scandali, non cercava visibilità a tutti i costi, non trasformava ogni aspetto della propria vita in contenuto. Era qualcosa di più raro: una presenza rassicurante. Chi l’ha incontrata la descrive sempre allo stesso modo: “sempre sorridente”, scrive Benedetta Parodi; “un esempio di umiltà e bravura”, dice chi la conosceva da vicino. Quel sorriso, che le è rimasto fino all’ultimo, non era un’abitudine di facciata: era il segno di una persona che aveva trovato un modo di abitare il proprio tempo senza sprecare energia a resistergli.

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Cosa diceva Cicerone sulla vecchiaia che nessuno vuole sentire

Marco Tullio Cicerone scrisse il De senectute nel 44 a.C., a sessantadue anni, in uno dei periodi più bui della sua vita: aveva perso la figlia Tullia, la Repubblica che aveva difeso stava crollando, il potere di Cesare – e poi di Antonio – lo escludeva dalla vita pubblica. In quel contesto scrisse un testo sulla vecchiaia che sembra quasi assurdo: un elogio sereno, quasi allegro, di quella stagione della vita che tutti temono e pochi riescono a vivere bene.

Le sue tesi principali sono ancora oggi controintuitive e disturbanti nel senso migliore del termine. Cicerone smontava una per una le accuse che si muovono alla vecchiaia: che allontana dalle attività, che indebolisce il corpo, che priva dei piaceri, che avvicina alla morte. A ciascuna rispondeva con una controproposta precisa. Sull’allontanamento dalle attività: quelle cambiano, ma non scompaiono; dalla forza fisica si passa all’esercizio della mente, dalla corsa alla conversazione, dall’azione alla riflessione. Sul piacere:

“Non è la vecchiaia che priva degli onori, delle amicizie, degli affetti: è la mancanza di carattere. Chi ha coltivato le virtù dell’anima non le perde con gli anni.” – Marco Tullio Cicerone, De senectute, 44 a.C.

Questa frase è forse la più dura, nel senso più onesto: dice che il modo in cui si invecchia dipende largamente da come si è vissuto prima. Non è consolatoria – non dice che andrà bene per tutti – ma è precisa. Chi ha costruito relazioni vere, chi ha coltivato interessi che non dipendono dal corpo, chi ha imparato a trovare significato nelle cose piccole oltre che in quelle grandi: quelle persone, dice Cicerone, non temono la vecchiaia perché non hanno costruito la propria vita su qualcosa che la vecchiaia può togliere.

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Cosa ci resta di Wilma De Angelis e di Cicerone insieme

Il filo tra Wilma De Angelis e Cicerone non è forzato. Sono due figure molto diverse per epoca, per cultura, per tipo di presenza nel mondo. Ma entrambi dimostrano – lui attraverso le parole, lei attraverso la vita – la stessa cosa: che la vecchiaia non è necessariamente un declino, e che il sorriso a 96 anni non è un miracolo ma il frutto di qualcosa che si costruisce ogni giorno, per anni.

Cicerone aveva ragione quando scriveva che la vecchiaia è pesante per chi ha vissuto male e leggera per chi ha coltivato l’anima. Wilma De Angelis non ci ha lasciato memorie di tribolazioni o risentimenti: ci ha lasciato la testimonianza di una donna che ha fatto cose che amava, che ha incontrato persone con gentilezza, che ha portato nelle case italiane il calore di una cucina e di un sorriso senza mai smettere di sembrare sincera. Quella gioia di vivere di cui parla il nipote non era un dono del caso: era il risultato di una scelta reiterata, ogni giorno, di come stare dentro le cose.

In un’epoca che teme l’invecchiamento in modo quasi patologico – che lo combatte con creme, con interventi, con la pressione costante di sembrare più giovani di quello che si è – la vita di Wilma De Angelis e le parole di Cicerone dicono qualcosa di scomodo e necessario: che invecchiare bene non significa fermare il tempo, ma imparare a non sprecare quello che rimane. E che un sorriso a 96 anni, autentico, è più raro e più prezioso di qualunque cosa si possa comprare per evitare di arrivarci.

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