Tutti speriamo di raggiungere la vecchiaia, e una volta raggiunta la critichiamo: un aforisma di Cicerone

C’è un paradosso silenzioso che attraversa quasi tutte le vite in modo talmente diffuso da sembrare banale, eppure continua a sorprendere ogni volta che lo si vede dall’interno. Si desidera vivere a lungo, si spera e si prega di arrivare alla vecchiaia, e poi – una volta che ci si è arrivati, una volta che si è ottenuto quello che si chiedeva – si critica quella stessa vecchiaia con una costanza e una creatività notevoli. Si vorrebbe avere gli anni che si ha, ma con il corpo di trent’anni fa. Si vorrebbe l’esperienza accumulata, ma senza i costi fisici che l’hanno accompagnata. Marco Tullio Cicerone aveva già visto questo meccanismo con una chiarezza che non ha bisogno di essere aggiornata per restare precisa.

raggiungere la vecchiaia

Tutti vogliamo raggiungere la vecchiaia, ma poi?

“La vecchiaia, che tutti si augurano di raggiungere, ma poi criticano dopo averla raggiunta.”

La struttura della frase è quella dell’ironia classica costruita con grande efficacia: l’oggetto del desiderio collettivo che diventa oggetto di critica collettiva nel momento stesso in cui si realizza per ciascuno.

Non è una critica alla vecchiaia in sé, né una difesa d’ufficio di essa. È un’osservazione molto precisa su come funziona il desiderio umano nel rapporto con il tempo: sempre orientato verso qualcosa che, una volta raggiunto e incarnato nell’esperienza concreta, perde inevitabilmente parte del valore che aveva nella prospettiva del desiderio.

Il desiderio di invecchiare

Nessuno desidera davvero invecchiare in senso astratto. Quello che si desidera è continuare a vivere, continuare a essere presenti, continuare a fare parte del mondo. La vecchiaia viene accettata come prezzo necessario di quella continuazione, non come fine desiderabile in sé.

Ma il prezzo, una volta pagato nel corso degli anni, sembra spesso più alto di quello che si aspettava nel momento in cui lo si accettava in astratto. Non necessariamente perché la vita in vecchiaia sia peggiore in senso assoluto, ma perché le aspettative erano costruite da una prospettiva molto diversa, da dentro un corpo più giovane che non poteva sapere davvero cosa avrebbe significato.

Cicerone e il De Senectute

Cicerone scrisse il De Senectute a sessantatré anni, in uno dei periodi più difficili della sua vita: la morte della figlia Tullia, la fine della Repubblica che aveva difeso con tutto se stesso, la perdita di influenza politica. Lo scrisse per convincere se stesso, almeno in parte, che la vecchiaia non doveva essere necessariamente una resa.

Quella sincerità del tentativo – la consapevolezza visibile che stava cercando di convincersi di qualcosa che non gli veniva naturale – rende il testo ancora vivo dopo duemila anni. Non è un elogio della vecchiaia composto da chi è giovane e si compiace di essere illuminato sul tema: è una riflessione di chi ci è dentro, con tutte le sue difficoltà reali, e prova a tenerla in mano invece di lasciarsela sfuggire.

L’ironia della critica

Criticare la vecchiaia è quasi universale, e quasi sempre giustificata da ragioni concrete. I dolori fisici, la stanchezza che cambia qualità, la perdita progressiva di energie, la memoria che funziona diversamente: ci sono mille ragioni concrete e verificabili per le critiche. Ma Cicerone mette il dito sul meccanismo sottostante: gli stessi che adesso criticano la vecchiaia sono esattamente quelli che l’hanno desiderata. Quella sovrapposizione tra desiderio e critica dice qualcosa di generale e di importante sul rapporto umano con quello che si ottiene.

Marco Tullio Cicerone è stato un oratore romano, avvocato, filosofo, statista, console, autore del Cate Maior de senectute (L’arte di saper invecchiare), uno dei testi classici più lucidi, più onesti e più belli sulla vecchiaia mai scritti nell’antichità, una delle menti più brillanti e più influenti della tarda Repubblica romana, qualcuno che aveva visto crollare molto di quello in cui credeva.

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