A. Marchesini: se vuoi vedere i tesori devi avere occhi per guardarli, per cercarli e che si aspettano di trovarli

Il 30 luglio 2016 è morta Anna Marchesini, attrice straordinaria, scrittrice, comica di rara intelligenza, terza del Trio con Tullio Solenghi e Massimo Lopez in una partnership artistica che ha segnato la televisione italiana degli anni Ottanta e Novanta, autrice di libri molto amati come Bacche di Goji e altre sciagure e Dai diamanti non nasce niente. Tra le molte cose belle che ha scritto e detto c’è questa frase sui tesori, che non parla di tesori letterali, ma di qualcosa di molto più quotidiano e molto più difficile da trovare. Proviamo a capire insieme se tu riesci a vederli?

vedere i tesori

Vedere i tesori

“Per vedere i tesori, ci vogliono occhi che li sappiano guardare, che li vogliano cercare e che si aspettino di trovarli.”

La frase ha una struttura precisa in tre movimenti – guardare, cercare, aspettarsi di trovare – e ognuno aggiunge qualcosa di necessario che il precedente non garantisce. Non basta guardare: si può guardare senza vedere. Non basta cercare: si può cercare senza trovare. Bisogna anche aspettarsi di trovare: avere già dentro quella disposizione aperta verso la scoperta che rende la scoperta possibile.

Occhi che sappiano guardare

La prima condizione è la più semplice e la più difficile. Sapere guardare significa avere sviluppato la capacità di vedere quello che c’è, non quello che si aspetta di vedere, non quello che si teme, ma quello che è davvero là. I tesori non si trovano guardando in modo distratto o ansioso. Si trovano con una qualità di attenzione che si addestra nel tempo.

Anna Marchesini aveva quella qualità di attenzione in modo straordinario e del tutto personale. La vedeva nel gesto minimo e rivelatore, nel dettaglio incongruo che sfugge a chi non guarda davvero, nella parola fuori posto che diventava comica con una precisione chirurgica perché lei l’aveva osservata con una cura che non era comune. La sua comicità non nasceva dall’invenzione, ma dall’osservazione: dalla capacità di vedere quello che c’era davvero e di restituirlo in una forma che permetteva anche agli altri di vederlo.

Penso a come questa frase descriva perfettamente il modo in cui lei viveva il suo lavoro, e probabilmente la sua vita. Aveva occhi che cercavano i tesori ovunque, anche nel dolore fisico, anche nella malattia che la limitava (era malata di artrite reumatoide). La comicità che ne usciva non era una fuga dalla realtà: era la realtà guardata da un’angolazione che nessun altro aveva trovato.

Occhi che vogliano cercare

La seconda condizione aggiunge la volontà. Non si trovano i tesori per caso: si trovano perché si ha voglia di cercarli. Quella voglia non è sempre garantita: ci sono periodi in cui si smette di cercare, in cui il mondo sembra aver esaurito le sue meraviglie, in cui la stanchezza copre la curiosità.

Anna Marchesini non si fermò. Continuò a scrivere, a lavorare, a cercare i tesori nel linguaggio e nel corpo umano fino a poco prima di morire, nonostante tutto quello che la malattia le stava togliendo.

Occhi che si aspettino di trovare

La terza condizione è la più sottile e forse la più importante: aspettarsi di trovare. Non come ottimismo ingenuo, ma come orientamento di fondo verso il mondo. Chi non si aspetta di trovare tesori tende a non trovarli, non perché non ci siano, ma perché non li riconosce quando li incontra. L’attesa cambia la percezione.

Quella disposizione verso la meraviglia – tenere aperta in modo deliberato e costante la possibilità che da qualche parte, anche nei posti meno ovvi e meno attesi, ci sia qualcosa di bello o di sorprendente o di degno di attenzione – è forse la cosa più preziosa e più rara che Anna Marchesini ci ha lasciato insieme alla sua comicità inimitabile.

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