Albert Einstein non era solo il più grande fisico del Novecento. Era anche un uomo che aveva vissuto in prima persona le conseguenze più devastanti della tecnologia militare. Aveva visto la fisica nucleare che aveva contribuito a sviluppare trasformarsi nelle bombe di Hiroshima e Nagasaki, aveva firmato la lettera a Roosevelt che aveva aperto la strada al Progetto Manhattan, e aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita tormentato dalla responsabilità morale di quella decisione.
Quando parlava di guerra e di pace, non parlava da una posizione teorica: parlava da qualcuno che sapeva, con precisione scientifica e con il peso di una responsabilità storica enorme, di cosa fossero capaci gli esseri umani quando la tecnologia si metteva al servizio della violenza.
Il pacifismo di Einstein non era una postura morale comoda né un principio astratto: era una posizione ragionata e sofferta, che aveva affrontato le obiezioni più dure – inclusa quella di chi gli chiedeva se si potesse davvero rispondere alla violenza nazista con la nonviolenza – e che aveva tenuto anche nei momenti in cui tenere era difficile.
Le sue frasi sulla guerra e sulla pace, scritte tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento, suonano come se fossero state scritte oggi. Non perché Einstein fosse profetico: perché i meccanismi che descriveva non sono cambiati.

La pace non può essere mantenuta con la forza
“La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione.”
Questa è la frase più nota e più precisa del pensiero di Einstein sulla pace, e quella che più direttamente contraddire la logica militare dominante, quella secondo cui la pace è il prodotto della deterrenza, dell’equilibrio delle forze, della minaccia reciproca di distruzione.
Einstein dice esattamente il contrario: la forza può mantenere una tregua, può sospendere temporaneamente il conflitto aperto, può imporre una forma di ordine, ma non può produrre pace. La pace è qualcosa di diverso dalla cessazione delle ostilità: è la condizione in cui il conflitto non si vuole più, perché le ragioni che lo alimentavano sono state comprese e superate.
La comprensione di cui parla Einstein non è sentimentale: è il processo con cui due parti riconoscono i bisogni, le paure, le ragioni dell’altra. È un processo difficile, lento, che richiede una rinuncia all’idea che la propria parte sia interamente nel giusto e l’altra interamente nel torto. Ed è esattamente per questo che è così raro e che la forza, con la sua apparente semplicità, continua a sembrare una scorciatoia più pratica. Ma le scorciatoie della forza non portano mai alla meta: portano alla prossima guerra.
Dobbiamo fare sacrifici per la pace come li facciamo per la guerra
“Dobbiamo essere pronti a fare sacrifici eroici in favore della pace più di quanto facciamo di buon grado in favore della guerra. Non esiste dovere che io consideri più importante o al quale io tenga di più.”
Questa frase è forse la più scomoda, perché rovescia una delle asimmetrie fondamentali del modo in cui le società pensano alla pace e alla guerra. Per la guerra si è sempre stati disposti a sacrifici enormi: la vita, i beni, le libertà, anni e anni di privazioni. Per la pace – quella vera, costruita con comprensione, diplomazia, rinuncia a posizioni di vantaggio – si accetta raramente anche il più piccolo sacrificio. La pace è considerata qualcosa che si riceve, non qualcosa per cui si paga.
Einstein capisce che questa asimmetria è il problema centrale. Finché costruire la pace costerà sempre meno della guerra – finché le energie, le risorse, il coraggio che si mettono in campo per il conflitto non verranno messe in campo anche per la diplomazia e la comprensione – la guerra sarà sempre l’opzione più facile quando le tensioni diventano insostenibili.
Cambiare questo significa accettare l’idea che la pace sia un lavoro attivo, continuo, costoso, non uno stato naturale che emerge spontaneamente quando smettono le ostilità.
La guerra non si può umanizzare
“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”
Questa frase è di una brevità e di una radicalità che ancora oggi spaccano il dibattito. Ogni tentativo di “umanizzare” la guerra – le convenzioni di Ginevra, il diritto bellico, le regole di ingaggio, i corridoi umanitari – parte dall’idea che la guerra sia un fenomeno strutturale dell’esistenza umana e che il meglio che si possa fare sia renderla meno atroce. Einstein dice: no. Questa logica accetta come dato immutabile quello che è invece una scelta e facendo così, legittima la guerra come strumento permanente della politica.
Non c’è modo di rendere la guerra accettabile senza renderla anche perpetua. Ogni tentativo di “umanizzarla” la normalizza, la installa come parte del paesaggio permanente della civiltà, qualcosa con cui si impara a convivere invece di qualcosa che si lavora ad eliminare. Einstein rifiuta questa logica con una chiarezza che non lascia spazio a compromessi: il problema non è come si fa la guerra, ma che si fa la guerra.
I valori della cultura
“Chi ha cari i valori della cultura non può non essere pacifista.”
Questa frase connette la pace a qualcosa di più ampio della politica o della strategia militare: la connette alla civiltà come progetto. I valori della cultura – la conoscenza, l’arte, la scienza, la trasmissione del sapere da una generazione all’altra – sono incompatibili con la guerra, non solo perché la guerra distrugge fisicamente gli archivi, le biblioteche, i musei, i laboratori. Ma perché la guerra distrugge il tessuto umano e istituzionale dentro cui la cultura cresce: la fiducia, la cooperazione, la possibilità di un dialogo tra persone con visioni diverse.
Einstein lo sapeva per esperienza: la fisica del Novecento era un’impresa internazionale, costruita da scienziati di decine di paesi che si corrispondevano, si correggevano, si citavano, si sfidavano in un dialogo continuo che attraversava i confini nazionali. Quella comunità era stata spezzata dai nazionalismi e dalla guerra. Il pacifismo, nella sua visione, non era una scelta politica tra le altre: era la condizione necessaria perché la civiltà potesse continuare ad esistere.
Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale
“Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.”
Questa frase – probabilmente la più citata e la più brutale di Einstein sulla guerra – ha la qualità folgorante delle profezie che non si spera di veder avverate. Scritta nel pieno del dopoguerra, nell’era dell’arsenale nucleare crescente, dice in una sola immagine ciò che nessuna analisi statistica riesce a dire altrettanto direttamente: che una guerra combattuta con le armi disponibili oggi non lascerebbe abbastanza umanità per combatterne un’altra con armi sofisticate. I superstiti tornerebbero alla preistoria.
Quasi ottant’anni dopo, con arsenali nucleari che non si sono ridotti ma si sono diffusi, con nuove potenze atomiche che non esistevano ai tempi di Einstein, con conflitti in corso in più parti del mondo, la frase non ha perso nulla della sua forza. Anzi: la sua precisione logica – non profetica, ma deduttiva – brucia di più, perché la situazione che descriveva non è migliorata.
Aforismi di Einstein sulla pace
- “La pace non può essere mantenuta con la forza, può essere solo raggiunta con la comprensione.”
- “Dobbiamo essere pronti a fare sacrifici eroici in favore della pace più di quanto facciamo di buon grado in favore della guerra. Non esiste dovere che io consideri più importante o al quale io tenga di più.”
- “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”
- “Chi ha cari i valori della cultura non può non essere pacifista.”
- “Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.”
BIO di Einstein
Albert Einstein (Ulm, 1879 – Princeton, 1955) è stato fisico teorico tedesco naturalizzato svizzero e poi americano, considerato il più grande scienziato del XX secolo. Autore della teoria della relatività speciale (1905) e generale (1915), ricevette il Premio Nobel per la Fisica nel 1921 per la scoperta della legge dell’effetto fotoelettrico.
Fuggì dalla Germania nazista nel 1933 e si stabilì definitivamente negli Stati Uniti, dove lavorò all’Istituto per gli Studi Avanzati di Princeton. Nel 1939 firmò con Leo Szilárd una lettera al presidente Roosevelt che segnalava la possibilità di costruire una bomba atomica, decisione di cui si pentì profondamente dopo Hiroshima e Nagasaki.
Negli ultimi anni della sua vita fu attivo pacifista e sostenitore del controllo delle armi nucleari. Morì a Princeton nell’aprile 1955. Il Manifesto Russell-Einstein, firmato pochi giorni prima della sua morte, chiedeva ai leader mondiali di cercare soluzioni pacifiche ai conflitti.
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