Beppe Severgnini, giornalista e scrittore tra i più letti in Italia, ha dedicato diversi articoli e interventi pubblici al rapporto tra i giovani e la tecnologia, con quella capacità rara di stare dalla parte dei ragazzi senza smettere di capire gli adulti. La frase che segue viene da uno dei suoi contributi più citati sull’argomento, e dice qualcosa che molti genitori non si aspettano: quello che sembra distrazione potrebbe essere qualcosa di completamente diverso.

I nostri ragazzi sono diversi da ciò che noi siamo stati
“Sbagliano, gli adulti, a sgridare – o, peggio, deridere – un ragazzo che fa quattro cose insieme (stare su Facebook, scambiarsi sms, ascoltare musica e guardare la TV). La pluriattività richiede rapidità, coordinazione, reattività e intuizione, quattro forme di intelligenza turbo.”
C’è qualcosa di preciso e di coraggioso in questa frase: Severgnini non si limita a difendere i ragazzi, li spiega. Non dice agli adulti di essere più tolleranti, dice agli adulti che stanno interpretando male quello che vedono.
Quello che appare come caos -quattro schermi aperti, le cuffie, il telefono in mano mentre la televisione è accesa – non è assenza di concentrazione. È una forma diversa di concentrazione, una che la generazione precedente non ha mai dovuto sviluppare e che quindi non sa riconoscere.
La parola chiave nella frase di Severgnini è “pluriattività”. Non multitasking nel senso generico, ma qualcosa di più specifico: la capacità di tenere aperti più canali contemporaneamente, di passare da uno all’altro senza perdere il filo di nessuno, di rispondere a stimoli diversi in modo simultaneo. È una competenza che si sviluppa solo se si pratica, e che i ragazzi cresciuti con i dispositivi digitali hanno sviluppato in modo naturale, senza accorgersene. Sgridarli – o deriderli – significa non solo non capirli, ma anche svalutare qualcosa che, in un mondo sempre più complesso, rappresenta un vantaggio reale.
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Perché gli adulti faticano a capire questa forma di intelligenza
Il problema non è di buona o cattiva volontà. È che ogni generazione impara a riconoscere come “intelligenza” le forme che ha praticato lei. Chi è cresciuto studiando in silenzio, con un solo libro aperto e la televisione spenta, ha sviluppato una certa idea di cosa significhi concentrarsi e di cosa significhi il contrario. Quando vede un ragazzo con tre finestre aperte sul pc aperte, la musica nelle orecchie e il telefono accanto, legge quella scena con gli strumenti che ha: distrazione, superficialità, incapacità di approfondire.
Severgnini suggerisce di fare il contrario: guardare quella scena e chiedersi cosa richieda, invece di chiedersi cosa manchi. Richiede rapidità: la capacità di elaborare informazioni in tempi molto brevi. Richiede coordinazione: tenere in mente più cose senza perderne nessuna. Richiede reattività: rispondere agli input nel momento giusto, non quando si è “pronti”. Richiede intuizione: capire al volo cosa è rilevante e cosa no, in un flusso continuo di stimoli. Sono quattro competenze che nessuna generazione precedente ha mai dovuto esercitare in questa combinazione, e che le generazioni successive troveranno sempre più indispensabili.
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Cosa cambia quando si smette di sgridare e si comincia a capire
La differenza non è solo di clima familiare, anche se il clima familiare conta. È una differenza di prospettiva: smettere di vedere nei ragazzi qualcosa che manca rispetto a uno standard del passato, e cominciare a vedere qualcosa che c’è: una forma di intelligenza adattiva, sviluppata in risposta a un ambiente che è cambiato molto più velocemente di quanto cambiassero gli ambienti delle generazioni precedenti.
Questo non significa che tutto vada bene, che qualsiasi uso della tecnologia sia positivo, o che non esistano problemi reali legati all’eccesso di schermi. Severgnini non sta dicendo questo. Sta dicendo qualcosa di più circoscritto e più utile: che l’istinto di sgridare o deridere un ragazzo per la sua pluriattività è un errore, perché parte da una lettura sbagliata. E che correggerla – quella lettura – è il primo passo per avere con lui una conversazione che possa andare da qualche parte.