“Non ci sono giorni d’infanzia vissuti così pienamente”: Marcel Proust e i ricordi intensi di quand’eravamo bambini

Ci sono domeniche d’autunno in cui la luce entra di sbieco dalla finestra, il divano è il posto migliore del mondo e un libro aperto rende il pomeriggio quasi infinito. Non importa quanti anni si abbiano: quella sensazione appartiene a qualcosa di antico, a qualcosa che si è imparato da bambini senza saperlo. Marcel Proust l’aveva nominata con una precisione che ancora oggi lascia senza parole, in un saggio del 1905 che la critica tende a trascurare ma che i lettori, quando lo trovano, non dimenticano.

libri che ci restano dentro

Perché quella frase viene da un testo poco conosciuto di Proust

“Forse non ci sono giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto così pienamente come quelli che abbiamo creduto di lasciar passare senza viverli, quelli trascorsi con un libro prediletto.” – Marcel Proust, Sulla lettura (1905), in Giornate di lettura, traduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini, Einaudi

“Sulla lettura” non è uno dei testi con cui si incontra di solito Proust. Non è la Recherche, non è la grande opera in sette volumi che intimidisce anche i lettori più coraggiosi. È qualcosa di più piccolo, più intimo, più diretto, ed è proprio per questo che può sorprendere.

Proust scrisse questo saggio nel 1905 come prefazione alla sua traduzione francese di Sesamo e gigli di John Ruskin, il critico d’arte vittoriano che era stato una delle sue passioni intellettuali giovanili. Ruskin aveva scritto dei libri come di strumenti per aprire le porte di un tesoro; Proust prese quel pretesto e ci scrisse sopra qualcosa di completamente suo: una meditazione sulla lettura come esperienza, come forma di vita interiore, come modo di abitare il tempo.

In Italia il testo circola in due forme principali. Come Sulla lettura, nella traduzione di Anna Carrozzi (Lindau), che ha il pregio della sobrietà. E come Giornate di lettura nella traduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini (Einaudi), che è la versione più diffusa e più citata. È da quest’ultima che viene la frase sull’infanzia e i libri, una frase che si trova nelle primissime pagine, quasi a voler avvertire subito il lettore di cosa sta per leggere.

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Come Proust descrive cosa succede dentro di noi quando leggiamo da bambini

La frase che apre Sulla lettura non è un elogio sentimentale dei libri. È qualcosa di più preciso: è un’analisi di come funziona il tempo quando siamo bambini immersi in una lettura. Proust scrive che quei giorni trascorsi con un libro prediletto sembravano, a chi li viveva, giorni vuoti: si stava fermi, non si faceva nulla di visibile, si lasciavano passare. Eppure erano i più pieni. Pieni di cosa, esattamente? Di un mondo interiore in movimento, di immagini, di emozioni, di persone che non esistevano ma che sembravano più reali di quelle intorno.

Per Proust la lettura ha una qualità paradossale: è una solitudine che non è isolamento. Si legge da soli, ma ci si ritrova in compagnia: dei personaggi, dell’autore, di se stessi in un modo che la vita sociale non concede. È uno spazio in cui il bambino può essere completamente presente, completamente assorto, senza le distrazioni e le richieste del mondo esterno. E quella pienezza, scrive Proust, non si dimentica, anche quando si dimentica il contenuto del libro, anche quando il titolo sfuma nella memoria, rimane qualcosa: un’atmosfera, un sapore, una sensazione di completezza che appartiene soltanto a quei momenti.

È per questo che certi libri letti nell’infanzia restano dentro in modo diverso da tutti quelli che vengono dopo. Non perché fossero migliori o più importanti: ma perché li abbiamo letti con una qualità di attenzione e di apertura che l’età adulta tende a rendere più difficile. Il bambino che legge non sa ancora difendersi da un libro: lo lascia entrare completamente.

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Qual è il libro della tua infanzia che non hai mai dimenticato?

Proust chiude Sulla lettura con una posizione che può sembrare contraddittoria: sostiene che la lettura non deve essere un fine in sé, che il libro deve essere un punto di partenza e non un arrivo, che la vera vita interiore si costruisce a partire da quello che si legge ma non si esaurisce in esso. Il grande rischio del lettore accanito, scriveva, è di scambiare la vita di carta con la vita vera, di preferire il rifugio del libro all’incontro con il mondo.

Ma quella posizione non smentisce la frase iniziale: la spiega. Se quei giorni dell’infanzia con un libro prediletto sono stati i più pienamente vissuti, è proprio perché erano giorni in cui il mondo interiore era in pieno movimento, in cui si imparava qualcosa, si cresceva, si diventava qualcosa in più. Non nonostante il libro, ma attraverso di lui.

E allora vale la pena chiederti: qual è il libro della tua infanzia che non hai dimenticato? Non necessariamente il più bello, non quello che ti hanno detto di leggere, ma quello che hai letto senza smettere, quello che ti ha fatto perdere il senso del tempo, quello che ti ha dato la sensazione, mentre lo leggevi, di essere esattamente dove volevi essere.

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