Ci sono frasi che scaldano il cuore. E poi ci sono frasi che lo scuotono. Quando Paolo Crepet dice:
“L’autostima non si costruisce con feste e bei vestiti, ma nei momenti difficili della vita”
non sta facendo poesia. Sta lanciando un avvertimento. In un tempo in cui molti genitori misurano l’amore a colpi di regali, compleanni spettacolari e guardaroba perfetti per Instagram, Crepet ci ricorda qualcosa di scomodo: l’autostima non cresce nel comfort. Cresce nella fatica. E questa è una lezione che fa bene ai figli. Ma ancora di più ai genitori.

Genitori moderni: troppo amore o amore sbagliato?
Crepet osserva da anni un fenomeno diffuso: genitori iperprotettivi, pronti a spianare ogni ostacolo. Il figlio litiga con un compagno? Interviene la mamma. Un brutto voto? Colpa dell’insegnante. Una delusione amorosa? Si organizza una distrazione immediata.
Ma la vita non funziona così. Secondo Crepet, stiamo crescendo ragazzi fragili perché li stiamo privando dell’esperienza del fallimento. E senza fallimento non può esistere autostima vera. Perché? Perché l’autostima non è pensare “sono bravissimo”. È sapere “anche quando sbaglio, valgo”. E questo si impara solo attraversando momenti difficili.
Cosa significa davvero quella frase sull’autostima?
Quando Crepet afferma che l’autostima non si costruisce con feste e bei vestiti, non sta demonizzando la gioia o il piacere. Sta dicendo che la felicità superficiale non è nutrimento interiore.
Una festa regala euforia. Un successo facile regala entusiasmo. Un regalo costoso regala soddisfazione. Ma tutto questo dura poco. I momenti difficili, invece, lasciano un’impronta. Un esame andato male, una gara persa, un’amicizia finita, una porta chiusa in faccia. Se un ragazzo affronta queste esperienze senza che qualcuno le cancelli per lui, sviluppa tre cose fondamentali:
- resilienza;
- consapevolezza dei propri limiti;
- fiducia nella capacità di rialzarsi.
E qui la psicologia è chiara. Gli studi sulla “growth mindset” della psicologa Carol Dweck mostrano che i bambini che imparano a vedere l’errore come parte del processo di crescita sviluppano maggiore sicurezza e perseveranza rispetto a chi viene elogiato solo per i risultati.
Non è il successo che costruisce l’identità. È il modo in cui affrontiamo l’insuccesso. Crepet lo dice in modo diretto, senza zucchero: proteggere troppo significa indebolire.
Un esempio concreto: la verifica andata male
Immaginiamo una scena comune. Marco prende un 4 in matematica. Versione “iperprotezione”: la madre scrive subito alla professoressa, mette in discussione il metodo di insegnamento, consola il figlio dicendo che “non è portato per i numeri” e promette un weekend speciale per tirarlo su.
Versione “alla Crepet”: la madre ascolta, non minimizza, non attacca la scuola. Dice: “È andata male. Vediamo cosa puoi fare per migliorare.” Lo accompagna nello studio, ma non si sostituisce a lui.
Nel primo caso Marco impara che la colpa è sempre fuori. Nel secondo caso impara che può reagire. Indovina quale dei due svilupperà più autostima nel lungo periodo?
La fatica come palestra emotiva
Crepet insiste spesso su un punto: la vita è complessa, e fingere il contrario è una forma di inganno educativo. Molti genitori temono che il figlio soffra. Ma la sofferenza non è il nemico. L’abbandono lo è. L’umiliazione lo è. L’indifferenza lo è.
Affrontare una difficoltà sapendo di avere un adulto presente, ma non invadente, è una delle esperienze più formative che esistano. Qui entra in gioco un altro aspetto: l’esempio. Un genitore che racconta le proprie sconfitte, che ammette di aver sbagliato, che mostra come si supera una crisi, insegna molto più di mille discorsi motivazionali.
L’autostima non si trasmette con frasi tipo “sei speciale”. Si trasmette mostrando che anche quando non tutto va bene, si può andare avanti.
Perché questa lezione riguarda anche noi adulti
La frase di Crepet non parla solo ai genitori. Parla a ciascuno di noi. Quanti adulti cercano autostima attraverso l’apparenza? Il lavoro prestigioso, l’auto nuova, l’approvazione sociale.
Ma quando arriva una crisi – un licenziamento, una malattia, una separazione – scopriamo quanto la nostra sicurezza fosse fragile.
L’autostima vera nasce quando attraversiamo la tempesta e restiamo in piedi. E se noi per primi non abbiamo imparato questa lezione, sarà difficile insegnarla ai nostri figli.
Cosa dovrebbe essere un genitore, secondo Crepet
Non un animatore. Non un bodyguard emotivo. Non un risolutore seriale di problemi. Ma una guida. Una guida che:
- non elimina le difficoltà;
- non umilia per gli errori;
- non sostituisce il figlio nelle sfide.
Una guida che resta, anche quando è scomodo. Perché amare non significa evitare il dolore. Significa insegnare a gestirlo.
La lezione che possiamo portarci a casa
La frase: “L’autostima non si costruisce con feste e bei vestiti, ma nei momenti difficili della vita”, è quasi uno schiaffo educativo. Ma è uno schiaffo che sveglia. Ci invita a chiederci: stiamo crescendo figli felici o figli forti? E siamo capaci di essere entrambe le cose?
La vera autostima non ha bisogno di palcoscenici. Ha bisogno di cicatrici trasformate in esperienza. E forse il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli non è una festa perfetta. È la possibilità di sbagliare, cadere, e scoprire di potersi rialzare.
Chi è Paolo Crepet
Paolo Crepet è psichiatra, sociologo, scrittore e opinionista italiano. Laureato in Medicina e Chirurgia con specializzazione in psichiatria, ha lavorato anche in contesti internazionali occupandosi di disagio giovanile, dinamiche familiari e fragilità sociale.
Autore di numerosi saggi sul rapporto tra genitori e figli, educazione e crisi dell’autorità adulta, è una delle voci più ascoltate nel dibattito pubblico italiano sui temi dell’adolescenza e della genitorialità. Le sue posizioni, spesso controcorrente e provocatorie, nascono dall’esperienza clinica diretta e da decenni di osservazione delle trasformazioni familiari.
Ed è proprio questa esperienza sul campo a rendere le sue parole così taglienti: non teoria astratta, ma realtà vissuta.
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