La frase con cui Elio aiuta i genitori di figli autistici a raccontarsi: “Non abbiamo i mezzi per affrontarlo, uniamoci”

Ci sono frasi che restano sospese nell’aria. Non perché siano poetiche. Ma perché fanno male. E quando a pronunciarle è un personaggio noto come Elio, leader di Elio e le Storie Tese, abituato a giocare con l’ironia e il paradosso, l’effetto è ancora più forte. Parliamo di questa frase, che è molto più di uno sfogo:

Mi sono accorto della quantità impressionante di persone con il mio stesso problema ma senza i mezzi che ho io per affrontarli. Lo Stato non esiste e scarica tutto addosso alle famiglie.”

Non è solo una dichiarazione. È un pugno sul tavolo. E dentro quel pugno c’è la stanchezza, la rabbia, ma anche una consapevolezza: quella di essere privilegiato. E di sapere che tanti altri non lo sono.

frase con cui Elio aiuta i genitori di figli autistici

Mi sono accorto della quantità impressionante di persone…”

La prima parte della frase è quasi sottovoce. “Mi sono accorto”. Non dice “ho scoperto”. Non dice “mi hanno detto”. Dice: mi sono accorto.

È il momento in cui un genitore smette di sentirsi un caso isolato. E capisce che dietro le porte chiuse di migliaia di case c’è lo stesso copione: diagnosi, terapie, liste d’attesa, scuole impreparate, notti insonni.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia circa 1 bambino su 77 presenta un disturbo dello spettro autistico. Non è una rarità. Non è un’eccezione. È una realtà strutturale. Eppure, molte famiglie vivono come se fossero le uniche.

Elio racconta di essersi reso conto che esistono “una quantità impressionante di persone con il mio stesso problema”. La parola “problema” non è una condanna. È una fotografia della fatica quotidiana: organizzare terapie, sostenere costi elevati, mediare con la scuola, affrontare lo sguardo degli altri.

Chi ha risorse economiche può permettersi terapisti privati, centri specializzati, supporto educativo personalizzato Chi non le ha, spesso si arrangia. E quando ti arrangi con l’autismo, paghi in stress, in salute mentale, in relazioni.

…ma senza i mezzi che ho io per affrontarli

Qui c’è la parte più onesta della frase. Elio non si mette sul piedistallo del martire. Non dice “sto soffrendo più di tutti”. Dice il contrario: io ho dei mezzi. Ed è qui che la sua dichiarazione diventa politica.

Perché riconoscere il privilegio è un atto raro. Significa ammettere che il problema non è solo personale, ma sistemico. Che se tu ce la fai, magari non è solo per merito. È perché hai strumenti che altri non hanno.

Uno studio pubblicato su riviste internazionali di psicologia familiare evidenzia come i genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico presentino livelli di stress significativamente più alti rispetto alla media. E lo stress cresce quando mancano:

  • sostegni economici adeguati;
  • servizi territoriali accessibili;
  • continuità terapeutica.

In pratica: quando la rete pubblica non regge.

Lo Stato non esiste e scarica tutto addosso alle famiglie

Ed eccoci alla parte più tagliente. “Lo Stato non esiste”. È una frase forte. Esagerata? Forse. Ma è proprio nell’esagerazione che si sente la frustrazione.

Quando un genitore deve: anticipare migliaia di euro per terapie, lottare per ottenere ore di sostegno scolastico, affrontare burocrazie infinite per un riconoscimento, la sensazione è quella di essere solo.

Scarica tutto addosso alle famiglie” è l’immagine perfetta. Come se lo Stato dicesse: il problema è tuo, arrangiati. E qui la questione diventa culturale, prima ancora che economica. Perché l’autismo non è una faccenda privata. È una questione sociale. Ogni bambino che non riceve supporto adeguato oggi è un adulto che domani rischia di essere escluso dal mondo del lavoro, dalla vita indipendente, dalla piena cittadinanza. Investire nelle famiglie non è carità. È lungimiranza.

La lezione che possiamo trarre

La frase di Elio non è solo una denuncia. È anche un invito. Un invito ai genitori a raccontarsi. A non vergognarsi. A non sentirsi sbagliati.

Molti padri, soprattutto, faticano a esporsi. La cultura del “devi essere forte” pesa come un macigno. E invece qui abbiamo un uomo noto che dice pubblicamente: sì, è difficile. Sì, è faticoso. Sì, il sistema non aiuta abbastanza. C’è una forza enorme in questa vulnerabilità.

E nella pratica cosa significa? Significa, ad esempio:

  • creare reti informali tra genitori per condividere informazioni e risorse;
  • pretendere trasparenza dalle istituzioni scolastiche;
  • sostenere associazioni che fanno pressione politica per migliorare i servizi.

Significa anche cambiare il linguaggio. Non parlare solo di “problema”, ma di percorso. Non solo di limite, ma di potenzialità.

Un messaggio che va oltre l’autismo

La cosa più potente di quella frase è che parla anche ad altre fragilità: disabilità, malattie croniche, disturbi dell’apprendimento.

Ogni volta che il welfare arretra, la famiglia diventa l’ultimo argine. E quando l’argine cede, crolla tutto.

Ma c’è un paradosso: proprio quando “lo Stato non esiste”, le famiglie si scoprono comunità. Si cercano. Si sostengono. Si organizzano. E forse la vera rivoluzione parte da lì. Non dalla rabbia sterile. Ma dalla consapevolezza condivisa.

La denuncia di Elio è anche un atto d’amore

La frase di Elio è potente perché non è perfetta. È ruvida. È emotiva. È vera. Dentro queste parole c’è una denuncia, ma anche un atto d’amore. Per suo figlio. Per gli altri genitori. Per chi non ha voce.

E forse la lezione più grande è questa: raccontarsi non è debolezza. È il primo passo per non essere più soli. E quando qualcuno con un microfono decide di dire quello che tanti sussurrano, qualcosa si muove. Magari non cambia tutto. Ma inizia a incrinare il silenzio. E a volte, per cambiare le cose, basta proprio quello.

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