La frase con cui Roberta Bruzzone mette in guardia i genitori che possono rovinare i figli: “Attenzione a cosa mostrate”

Ci sono frasi che ti accarezzano. E poi ci sono frasi che ti schiaffeggiano. Roberta Bruzzone appartiene decisamente alla seconda categoria. Quando dice:

La figura genitoriale che percepiamo come quella più debole, più fragile, guida le nostre scelte in maniera diversa, in senso opposto… capiamo come non vogliamo essere, e questo ci provoca rabbia

non sta semplicemente facendo un’analisi psicologica. Sta mettendo il dito in una ferita che quasi tutti abbiamo, ma che pochi hanno il coraggio di guardare. Perché sì, i genitori ci insegnano chi diventare. Ma a volte ci insegnano soprattutto da cosa scappare. E questa, se la capiamo fino in fondo, può diventare una lezione potentissima.

frase con cui Roberta Bruzzone mette in guardia i genitori

Chi è Roberta Bruzzone

Roberta Bruzzone è una criminologa e psicologa forense italiana, nota al grande pubblico per la sua presenza televisiva, ma rispettata nel mondo giudiziario per il suo lavoro nelle aule di tribunale.

Specializzata in analisi comportamentale, vittimologia e dinamiche familiari disfunzionali, ha lavorato su casi complessi di cronaca nera, studiando a fondo i meccanismi psicologici che stanno dietro alle scelte, ai traumi e alle relazioni tossiche.

Non parla per sentito dire. Parla perché ha visto, analizzato e ascoltato centinaia di storie reali. Ed è proprio da quell’osservatorio privilegiato – spesso drammatico – che nascono le sue riflessioni sulla famiglia.

Quale figura genitoriale guida le nostre scelte secondo Roberta Bruzzone

La figura genitoriale più fragile guida le nostre scelte in senso opposto.”

Fermiamoci su questa frase. Non è una provocazione. È un dato psicologico. Quando da bambini percepiamo uno dei due genitori come fragile, insicuro, incapace di proteggere o di decidere, quella fragilità non ci lascia indifferenti. Ci segna. E qui succedono due cose:

  1. Possiamo identificarci con quella fragilità.
  2. Oppure possiamo costruire la nostra identità “contro” quella fragilità.

Roberta Bruzzone parla proprio di questo secondo caso.

Il bambino, che è un osservatore attentissimo, registra tutto: i silenzi, le rinunce, le paure, le sottomissioni. E dentro di sé può nascere un pensiero potente: “Io così non voglio diventare.” Ed è qui che entra in gioco la rabbia. Non una rabbia distruttiva per forza. Ma una rabbia identitaria. Una forza che spinge a prendere la direzione opposta.

Se ho visto mia madre subire sempre, potrei diventare iper-indipendente.

Se ho visto mio padre non decidere mai, potrei diventare controllante.

Se ho percepito debolezza, potrei costruire una corazza.

Ma attenzione: crescere “in opposizione” non significa crescere liberi.

La rabbia come motore, ma anche come gabbia

Quando Roberta Bruzzone dice che questo meccanismo “ci provoca rabbia”, non lo dice con leggerezza. La rabbia è un’emozione primaria. È energia pura. Ma se diventa il motore principale delle nostre scelte, rischia di trasformarsi in una gabbia.

Studi sulla trasmissione intergenerazionale dei modelli relazionali ha mostrato che molti adulti strutturano le proprie decisioni affettive in reazione ai modelli genitoriali percepiti come negativi. Non li replicano, ma li combattono inconsciamente. Il risultato? Scelte guidate dalla difesa, non dalla libertà.

E allora la domanda diventa: stiamo scegliendo chi vogliamo essere… o stiamo solo scappando da chi abbiamo visto?

Cosa ci insegna davvero questa frase

La riflessione di Roberta Bruzzone non è un’accusa ai genitori. È un invito alla consapevolezza. Perché se è vero che i figli osservano soprattutto le fragilità, allora i genitori hanno una responsabilità enorme: non essere perfetti, ma essere autentici e consapevoli.

Un genitore fragile non è un problema. Un genitore inconsapevole della propria fragilità sì. Se un figlio vede una madre che attraversa un momento difficile ma chiede aiuto, comunica, si assume la responsabilità delle proprie scelte, impara una cosa diversa: che la fragilità non è vergogna, ma umanità. Se invece vede solo rinuncia e vittimismo, potrebbe sviluppare rabbia o disprezzo. La differenza sta nella gestione, non nella debolezza in sé.

Quando la teoria diventa vita vera

Pensiamo a una ragazza cresciuta con un padre che non ha mai preso posizione, sempre schiacciato dal giudizio altrui. Da adulta potrebbe diventare una donna iper-decisionista, incapace di delegare, allergica a qualsiasi forma di dipendenza emotiva.

Funziona? Sì, magari professionalmente sì. Ma dentro, spesso, c’è una battaglia continua.

Oppure un ragazzo che ha visto una madre costantemente sminuita. Potrebbe diventare un partner estremamente protettivo… oppure, paradossalmente, replicare dinamiche di dominio per non sentirsi mai nella posizione del “debole”.

La psicologia sistemica parla di “copioni familiari”. Non siamo fogli bianchi. Ma non siamo nemmeno condannati. E qui sta la parte più bella (e più tagliente) della lezione di Bruzzone: possiamo scegliere di capire prima di reagire.

Cosa possono fare i genitori per crescere figli sani e senza condizionamenti

La frase di Roberta Bruzzone è un campanello d’allarme. Ma è anche una guida pratica. Se la fragilità percepita può generare rabbia e opposizione, allora un genitore può:

  • mostrare le proprie difficoltà senza trasformarle in identità permanente;
  • evitare di delegare ai figli il ruolo di “salvatore emotivo”;
  • assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Un figlio non deve crescere per compensare le mancanze di mamma o papà. Deve crescere per diventare sé stesso. E questo accade quando il genitore non chiede al figlio di riempire i suoi vuoti.

Non subire, ma capire

In un’altra riflessione sul tema delle scelte personali, Roberta Bruzzone invita a non subire le decisioni degli altri. E questo vale anche per le eredità emotive familiari.

Non possiamo scegliere da dove veniamo. Ma possiamo scegliere cosa farne. La figura genitoriale più fragile può diventare un’ombra o una bussola. Dipende da quanto siamo disposti a guardarla senza rabbia e senza negazione.

E forse la vera maturità arriva quando smettiamo di dire: “Non voglio essere come lui” e iniziamo a chiederci: “Chi voglio essere io, davvero?” Perché crescere non significa scappare da un modello. Significa superarlo.

E se c’è una cosa che Roberta Bruzzone ci ricorda, con la sua lucidità a volte scomoda ma necessaria, è questa: la famiglia non è solo il luogo dove impariamo ad amare.
È il primo laboratorio dove impariamo chi diventare
. Sta a noi decidere se farlo per rabbia… o per consapevolezza.

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