La frase di Ermal Meta che spiega il significato della canzone per Sanremo 2026: “Parla di una bambina di Gaza”

C’è chi va al Festival per fare classifica, chi per fare costume e chi per fare rumore. Poi c’è Ermal Meta, che a Sanremo 2026 decide di fare qualcosa di molto più rischioso: fare coscienza. E lo fa partendo da un’immagine che molti di noi hanno visto – o forse solo intravisto – scorrendo distrattamente su Instagram. Ma lui no, lui non ha scrollato via.

Quando racconta il significato della canzone che porta al Festival, non usa giri di parole né metafore comode. Dice:

Avete presente quei video che appaiono ogni tanto su Instagram e sono censurati? Cioè devi cliccare per aprirli perché ti dice “immagini forti”? Mi ricordo lo sguardo di questa bambina di Gaza, in questo video: mi ha colpito molto. Non che tutte le altre immagini che ci siamo trovati a guardare negli ultimi due anni non lo avessero fatto, ma quella, in modo particolare, mi ha colpito di più.

E da lì, parte tutto.

frase di Ermal Meta che spiega il significato della canzone per Sanremo 2026

Chi è Ermal Meta

Ermal Meta non è nuovo alle canzoni che scavano. Non è il cantante delle frasi fatte da Baci Perugina né il poeta delle mezze verità. È uno che ha sempre messo dentro le sue canzoni la memoria, le ferite, la guerra, anche quella personale. Nato in Albania e cresciuto in Italia, conosce bene cosa significa convivere con la parola “conflitto”, che non è solo un titolo da telegiornale.

Ermal Meta ha sempre parlato di responsabilità. Non quella moralista, da dito puntato, ma quella umana. Quella che ti chiede: “Hai visto? E adesso cosa fai?”. Ed è qui che entra in gioco la bambina di Gaza.

Quello sguardo che non si può censurare

Ermal Meta racconta di aver visto un video su Instagram, uno di quelli che la piattaforma oscura con l’avviso “immagini forti”. È quasi ironico: viviamo in un’epoca in cui la realtà ha bisogno di un clic per essere sopportata. Come se bastasse un filtro grigio a rendere il dolore meno vero.

Ma lui quel clic lo fa. E quello che trova è lo sguardo di una bambina a Gaza. Non urla, non effetti speciali, non retorica. Solo uno sguardo. E quello sguardo, dice, lo ha colpito più di tanti altri.

Non perché fosse l’unica immagine drammatica vista negli ultimi due anni. Purtroppo no. Ma perché, in mezzo al rumore continuo delle notizie, quell’espressione ha bucato la corazza.

È interessante che Ermal Meta non parli di “immagine scioccante”, ma di “sguardo”. Non è il sangue a impressionarlo, è l’umanità. Non è la tragedia in sé, ma la consapevolezza negli occhi di una bambina che non dovrebbe conoscere la guerra. E lì nasce la canzone.

La canzone come risposta

Nel parlare del brano scelto per Sanremo 2026, Ermal Meta non lo presenta come un manifesto politico né come una denuncia urlata. Non è una canzone “contro”, è una canzone “per”. Per chi non ha voce, per chi viene visto solo attraverso un filtro social, per chi diventa contenuto da scorrere.

La sua spiegazione è semplice ma potente: alcune immagini non ti lasciano in pace. E quando un artista non riesce a dimenticare, fa quello che sa fare meglio: scrive.

Ermal Meta ha raccontato il senso del brano in interviste e dichiarazioni pubbliche, spiegando che non si tratta di sfruttare il dolore per fare scalpore. Anzi. Il rischio di essere fraintesi lo conosce bene. Portare un tema così delicato sul palco dell’Ariston significa esporsi a polemiche, commenti da tastiera, accuse di strumentalizzazione. Ma lui sembra dire: se una cosa ti ha colpito davvero, non puoi far finta di niente per paura delle reazioni.

Il coraggio di non essere neutrale

In un’epoca in cui molti artisti scelgono la neutralità – perché “non voglio dividere”, perché “la musica deve unire” – Ermal Meta fa una scelta diversa. Non grida slogan, ma non si nasconde. Racconta ciò che lo ha ferito, ciò che lo ha toccato.

E questo, volenti o nolenti, è già un atto politico nel senso più alto del termine: riguarda la polis, la comunità, il modo in cui guardiamo il mondo. La frase sulla bambina di Gaza non è un dettaglio promozionale. È la chiave di lettura della canzone. È il punto da cui tutto parte.

Ermal Meta sembra quasi suggerire una cosa semplice: non basta vedere, bisogna sentire. Non basta indignarsi cinque minuti nei commenti, bisogna lasciare che qualcosa ti cambi dentro.

Che consiglio dà, in fondo?

Tra le righe delle sue parole, il consiglio è chiaro: non anestetizzatevi. Non abituatevi al dolore altrui come se fosse un trailer che potete saltare dopo cinque secondi.

Quando racconta di aver cliccato su quel video, sta dicendo anche questo: guardate. Non girate la testa. Anche se fa male. Soprattutto se fa male.

Non è un invito alla morbosità, ma alla responsabilità emotiva. Se un’immagine ti colpisce, chiediti perché. Se uno sguardo ti resta dentro, non archiviarlo come “contenuto sensibile”. La sua canzone, allora, diventa una forma di memoria. Una risposta personale a un trauma collettivo.

Sanremo 2026: palco, polemiche e verità

È probabile che il brano faccia discutere. Sanremo è anche questo: una lente d’ingrandimento che amplifica tutto. Ma Ermal Meta sembra aver fatto pace con l’idea che non si può piacere a tutti.

Meglio essere sinceri che comodi. E forse è proprio questo che distingue l’uomo dal personaggio: il primo non riesce a dimenticare quello sguardo; il secondo decide di metterci la faccia sopra un palco nazionale.

In un tempo in cui le immagini scorrono veloci e la memoria è corta, Ermal Meta sceglie di fermarsi. Di fissare uno sguardo e trasformarlo in musica. E alla fine, la domanda non è se la canzone vincerà Sanremo 2026. La domanda è: noi, quel clic, lo avremmo fatto?

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