Quando si pensa alla filosofia, spesso si immaginano figure lontane nel tempo, saggi che sembrano vivere in un’altra epoca. Tuttavia, si dimentica che esistono anche pensatori contemporanei che incarnano pienamente questo ruolo.
È il caso di Massimo Cacciari, filosofo, politico e figura di spicco anche nel panorama televisivo. La sua voce è riconoscibile, così come il suo modo unico di parlarci del mondo in cui viviamo. Cacciari ci invita a riflettere sulla speranza, soprattutto, a cercare di comprenderla, soprattutto quando la vita di qualcuno diventa pura sofferenza.

Chi è Massimo Cacciari
Nato a Venezia nel 1944, Massimo Cacciari è un filosofo, saggista e figura di spicco anche nel panorama televisivo, oltre ad essere stato sindaco della sua città natale. Professore emerito di estetica, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso premio Hannah Arendt.
Partito da posizioni teoriche marxiste, successivamente, Cacciari ha iniziato a riflettere sulla crisi del pensiero dialettico all’interno della tradizione hegeliano-marxista. Il suo lavoro ha spaziato dalla filosofia teoretica all’estetica e alla filosofia politica, con un’attenzione particolare ai temi del sacro, dell’autorità e del diritto.
Questa breve descrizione potrebbe farlo sembrare il classico filosofo difficilmente accessibile al grande pubblico, ma Cacciari riesce a trasmettere le sue riflessioni in modo sorprendentemente diretto, pur mantenendo intatta la profondità del pensiero filosofico. Come ogni grande pensatore, cerca la verità in tutte le cose, affrontando anche e soprattutto quei temi dolorosi, come la sofferenza, con una ricerca che non ha paura di scendere nei territori più oscuri dell’esperienza umana.
Cos’è la sofferenza secondo Cacciari
“Se una persona ha davvero perso ogni speranza e per lei la vita è diventata una pura e semplice sofferenza, abbiamo il dovere di credergli.”
Chi soffre, prima di essere aiutato, ha bisogno di essere ascoltato. È facile offrire parole consolatorie come “Tranquillo, andrà tutto bene”, ma la vera difficoltà sta nel fermarsi ad ascoltare, nel dare voce a chi è giunto al punto di non trovare più speranza, di non avere più la forza di reagire.
Una persona può davvero perdere ogni speranza, non solo come figura retorica, ma in senso concreto e doloroso. A quel punto, la vita è vissuta unicamente come sofferenza. Cacciari coglie questa condizione quando la speranza, che secondo il proverbio è “l’ultima a morire”, viene meno.
La speranza potrebbe essere vista come una luce fioca che, anche nel buio più profondo, riesce a illuminare gli angoli più nascosti. Ma non possiamo chiedere che quella luce brilli sempre. Non possiamo aspettarci che la speranza sia sempre presente. A volte, purtroppo, è quella luce che bisogna ritrovare, e per farlo bisogna prima credere all’altro e ascoltarlo.
Perché dobbiamo credere, prima di offrire soluzioni
Cacciari ci dice chiaramente
“Abbiamo il dovere di credergli.”
Non è un semplice consiglio, né una raccomandazione, ma una vera e propria priorità etica nei confronti dell’altro. Il dolore non può essere ridotto a una quantità misurabile, come se fosse un malessere da correggere con una dose giusta. Non possiamo mai mettere in dubbio la sofferenza di qualcuno, né sostenerla con meri atteggiamenti paternalistici. Prima di tutto, bisogna ascoltare.
Cacciari non ci invita a fare subito ciò che la persona ci chiede, ma a compiere un gesto semplice ma fondamentale: riconoscere la verità dell’altro. Credere alla sofferenza significa accogliere quella realtà senza giudicarla, senza cercare di ridurla a un semplice problema da risolvere. Quando il dolore è profondo, domandarsi il perché e cercare di capire la causa della ferita è quasi un atto di ribellione rispetto a quelle frasi motivazionali da social che riducono tutto a slogan vuoti.
In alcuni momenti, è normale sentirsi dire: “Non ce la faccio”, “Non ci riesco”. Ecco, la prossima volta che qualcuno vi incita, senza chiedervi il perché, a reagire, ricordate quello che ha detto Cacciari e fate capire agli altri di smettere di voler essere, a tutti i costi, degli “emotional personal trainer”. Invece, dovremmo tutti imparare a credere davvero alla sofferenza dell’altro, a fermarci e guardarla in faccia.
Il primo passo è riconoscere la sofferenza dell’altro senza sminuirla o cercare soluzioni immediate, perché se non si accoglie sinceramente il dolore altrui, ogni tentativo di aiuto rischia di essere superficiale. Dobbiamo imparare a adottare un approccio empatico, dove l’ascolto profondo e il riconoscimento della sofferenza diventano i presupposti per aiutare davvero l’altro a ritrovare la speranza.
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