In un Paese dove la maternità è ancora raccontata come un destino naturale, quasi obbligatorio, Roberta Bruzzone fa una cosa che per molti è ancora scandalosa: pensa. E poi dice ad alta voce quello che pensa. Lo fa senza giri di parole, senza quella falsa modestia che spesso accompagna le confessioni femminili “accettabili”. Quando parla di maternità, la Bruzzone non attacca chi sceglie di diventare madre. Attacca il mito. E, soprattutto, l’ipocrisia.
La sua frase – “Io non credo di essere adatta a fare la madre…” – non è una provocazione. È una dichiarazione di consapevolezza. Ed è proprio questa lucidità che rende le sue parole utili non solo a chi non vuole figli, ma anche (e forse soprattutto) a chi li desidera.

Chi è Roberta Bruzzone
Roberta Bruzzone è criminologa, psicologa forense, consulente nei casi di cronaca nera più complessi degli ultimi anni. È abituata a lavorare con il dolore, con le fragilità umane, con le conseguenze delle scelte fatte senza pensarci abbastanza.
La sua autorevolezza non nasce dalla notorietà televisiva, ma da anni di studio sul comportamento umano, sui legami, sulle responsabilità emotive. Quando parla di maternità, quindi, non lo fa da opinionista da salotto, ma da professionista che conosce molto bene cosa succede quando un ruolo totalizzante viene affrontato senza strumenti adeguati. Ed è proprio qui che il suo discorso diventa scomodo. Perché sposta la maternità dal piano romantico a quello reale.
“Non credo di essere adatta a fare la madre“: una frase che spiazza
“Io non credo di essere adatta a fare la madre, l’ho sempre pensato.”
Questa frase rompe un tabù: l’idea che l’istinto materno sia automatico, universale e sufficiente. Roberta Bruzzone dice qualcosa di semplice ma rivoluzionario: non tutte le persone sono adatte a tutti i ruoli. Essere madre non è una medaglia, è una funzione complessa che richiede competenze emotive, rinunce concrete e una ridefinizione profonda della propria identità. Ammettere di non sentirsi adatti non è egoismo. È onestà.
Il diritto di non sacrificarsi
Quando afferma: “Mi piace troppo la vita che conduco, non sono disposta a sacrificare un aspetto così importante”, Roberta Bruzzone tocca un nervo scoperto. Perché la società accetta il sacrificio solo se è femminile. Se una donna dice che non vuole rinunciare alla propria libertà, viene subito etichettata come superficiale.
Eppure la maternità è, oggettivamente, una rinuncia. Al tempo, all’energia, spesso al lavoro, quasi sempre a una parte di sé. Negarlo non rende la maternità più bella, la rende solo meno vera.
Qui la lezione è chiara: desiderare una vita piena non è incompatibile con l’amore. Ma può essere incompatibile con la maternità. E riconoscerlo prima è un atto di responsabilità enorme.
La maternità è un’esperienza totalizzante
“È un’esperienza così totalizzante” è forse la frase più importante di tutto il discorso. La maternità non è un’aggiunta. È una trasformazione. Chi entra in questo ruolo senza accettarne la totalità rischia frustrazione, rabbia, senso di colpa.
Numerosi studi di psicologia perinatale mostrano come la genitorialità non desiderata o affrontata per pressione sociale sia uno dei principali fattori di stress cronico, depressione post-partum e difficoltà nel legame genitore-figlio. Non perché manchi l’amore, ma perché manca la scelta.
Roberta Bruzzone lo dice chiaramente: non si è sentita pronta ad affrontare questa totalità. E questo non la rende meno donna. La rende più consapevole.
La maternità come decisione, non destino
“Ho fatto una scelta di consapevolezza.”
Ecco il punto centrale. La maternità non dovrebbe essere una risposta automatica alla domanda “quando?”, ma una risposta ponderata alla domanda “perché?”. Questa frase ci è utile perché ci costringe a fermarci e chiederci:
- Lo voglio davvero?
- Sono disposta a cambiare la mia vita?
- Ho gli strumenti emotivi per farlo?
Domande che fanno paura, ma che proteggono. Sia le donne, sia i bambini.
Quando dire “sì” o “no” cambia tutto
Nella pratica quotidiana, questa consapevolezza si traduce in scelte diverse ma ugualmente valide. C’è chi diventa madre più tardi, quando si sente pronta. C’è chi sceglie di non diventarlo mai. C’è chi scopre che la genitorialità può esistere anche fuori dai modelli tradizionali. Tutte queste strade hanno un punto in comune: la scelta, non l’obbligo.
Cosa possiamo imparare dalla lezione di Roberta Bruzzone
La lezione di Roberta Bruzzone non è “non fate figli”. È: fate scelte vere. Che si tratti di maternità o di qualsiasi altro ruolo, il messaggio è lo stesso: non esiste amore senza lucidità. E non esiste libertà senza responsabilità.
In un mondo che applaude chi si sacrifica senza chiedere se lo voleva davvero, dire “no” può essere l’atto più maturo che esista. E forse, paradossalmente, anche il più generoso.
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