La potente frase di Saramago con cui possiamo convincerci a osare di più a qualsiasi età: “Riconosci il tuo potenziale”

Ci sono scrittori che raccontano storie. E poi ci sono scrittori che, con una sola frase, ti mettono davanti allo specchio. José Saramago appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, spirito libero, ironico, spesso scomodo, Saramago non amava accarezzare il lettore nel verso del pelo. Preferiva scuoterlo. E lo ha fatto anche parlando di una delle questioni più universali che esistano: il rapporto tra gioventù e maturità. La sua frase più celebre sul tema è tanto semplice quanto spietata:

La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa.”

Una riga. Un pugno nello stomaco. E, se ci pensi bene, anche una piccola rivoluzione interiore.

frase di Saramago con cui possiamo convincerci a osare di più
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Chi è José Saramago

Per capire cosa intendeva Saramago, bisogna guardare alla sua vita. Non è stato un enfant prodige. Non ha pubblicato capolavori a vent’anni. Anzi, ha conosciuto il successo tardi, dopo anni di lavori umili e difficoltà economiche. È diventato una figura centrale della letteratura mondiale quando molti avrebbero già iniziato a pensare alla pensione.

Questa biografia conta. Perché quando Saramago parla di gioventù e maturità, non lo fa da osservatore distante. Lo fa da uomo che ha attraversato entrambe le stagioni, senza mitizzarne nessuna.

Nei suoi romanzi – basti pensare a opere come Cecità o Il Vangelo secondo Gesù Cristo  i personaggi non sono mai eroi invincibili. Sono esseri umani fragili, contraddittori, spesso smarriti. Giovani che non capiscono la portata delle proprie possibilità. Adulti che comprendono troppo tardi il senso delle proprie scelte. E qui entra in gioco il famoso paradosso.

La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa“: cosa significa

Quando Saramago scrive “La gioventù non sa quel che può”, non sta accusando i giovani di superficialità. Sta fotografando una condizione naturale. Da giovani abbiamo energia, tempo, possibilità, coraggio fisico e mentale. Ma non abbiamo ancora consapevolezza. Non sappiamo davvero quanto potremmo osare. Non abbiamo misura della nostra forza.

Quante volte, ripensando a vent’anni, ti sei detto: “Se avessi saputo allora quello che so adesso…”? È una frase universale.

La seconda parte è ancora più crudele: “La maturità non può quel che sa.” Qui Saramago è chirurgico. Con l’età arrivano l’esperienza, la lucidità, la comprensione delle dinamiche umane. Sappiamo meglio cosa fare, cosa evitare, dove rischiare e dove fermarci. Ma spesso non abbiamo più la stessa libertà, la stessa incoscienza, lo stesso tempo biologico. A volte non abbiamo più nemmeno la stessa energia.

È il paradosso del tempo: quando potresti fare tutto, non sai di poterlo fare. Quando finalmente capisci come si fa, non puoi più farlo allo stesso modo. Tagliente? Sì. Disperato? Non necessariamente.

Dove ne ha parlato e perché questo tema gli stava così a cuore

Saramago ha riflettuto più volte sul tempo, sull’età, sulla coscienza che arriva tardi. Nei suoi interventi pubblici e nelle sue opere ritorna spesso l’idea che l’essere umano viva in una sorta di disallineamento continuo tra ciò che è e ciò che comprende.

Non è nostalgia sterile. Non è rimpianto romantico. È una critica sottile alla nostra tendenza a vivere in ritardo rispetto a noi stessi. Da giovani rimandiamo perché pensiamo di avere tutto il tempo del mondo. Da adulti rimandiamo perché pensiamo di non averne più abbastanza. In mezzo, si perde il coraggio.

Una frase che può cambiarci

Ora arriva la parte interessante. Perché questa frase, che sembra una condanna, può in realtà diventare una liberazione.

Se è vero che “la gioventù non sa quel che può”, allora forse il compito di chi è giovane è semplice: provarci lo stesso. Anche senza sapere tutto. Anche senza avere certezze. Anzi, proprio perché non le ha. L’ignoranza del limite, in certi casi, è una forza.

Ma il vero colpo di scena è nella seconda metà della frase. “La maturità non può quel che sa.” Davvero? O è solo una mezza verità che raccontiamo a noi stessi per giustificare la paura? Saramago non dice che la maturità è impotente. Dice che non può ciò che sa nello stesso modo in cui avrebbe potuto farlo da giovane. Ma questo non significa che non possa fare altro. Non significa che non possa reinventarsi.

Anzi, se c’è una lezione implicita nelle sue parole è questa: ogni età ha il suo modo di osare. Il giovane osa perché non conosce il rischio fino in fondo. L’adulto può osare in modo diverso, più consapevole, più strategico, forse meno impulsivo, ma non meno potente.

Osare a qualsiasi età: la vera eredità di Saramago

Se prendiamo sul serio il paradosso di Saramago, possiamo leggerlo in modo attivo e non rassegnato. Possiamo chiederci: cosa posso fare oggi, con quello che sono adesso?

Hai vent’anni? Non aspettare di “capire tutto”. Non succederà. Agisci prima che la prudenza ti ingabbi.

Hai quaranta, cinquanta, sessant’anni? Non raccontarti che “ormai è tardi”. Forse non puoi fare le cose come le avresti fatte a vent’anni, ma puoi farle con una profondità che allora ti mancava.

Saramago stesso è la prova vivente – e letteraria – che non esiste un’età giusta per diventare ciò che si è. Il suo successo tardivo è una smentita ironica del fatalismo. Se la maturità “non può quel che sa”, può però trasformare quel sapere in qualcosa di nuovo. E allora la frase smette di essere una sentenza e diventa una provocazione.

Il tempo non è un nemico, è un complice (se lo sfidi)

La gioventù non sa quel che può, la maturità non può quel che sa.” È una frase che punge perché ci riconosciamo tutti in questo scarto. Ma è anche un invito a non sprecare il presente.

Saramago, con il suo sguardo ironico e lucido, ci ricorda che il tempo non si allinea mai perfettamente con i nostri desideri. Non avremo mai insieme tutta l’energia e tutta la saggezza. Ma possiamo smettere di usarlo come scusa.

La vera domanda non è se sei troppo giovane o troppo maturo. La vera domanda è: stai usando quello che hai adesso? Perché forse il paradosso non è nel tempo. È nella nostra paura di osare. E quella, purtroppo o per fortuna, non ha età.

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