Ci sono frasi che ti fanno alzare lo sguardo dal giornale e pensare: “Ecco, è proprio così”. Quando Concita De Gregorio scrive:
“È molto più facile lasciarsi così, quando lasciarsi è molto doloroso. Quando non è una liberazione ma uno strappo, non una scelta ma una necessità. Quando si deve ma non del tutto si vuole”
non sta parlando solo di coppie. Sta parlando di noi. Della nostra fatica di restare. Della nostra paura di andare. Delle relazioni che si sfilacciano in silenzio, fino a quando l’unica cosa che tiene in piedi il rapporto è l’abitudine, o il timore del vuoto.
E allora la sua riflessione diventa uno specchio: perché lasciarsi, quando fa davvero male, a volte è più semplice che ammettere di essersi persi prima.

Chi è Concita De Gregorio
Giornalista, scrittrice, editorialista tra le più autorevoli del panorama italiano, Concita De Gregorio è stata direttrice de l’Unità, firma storica di la Repubblica e voce riconoscibile per uno stile che mescola analisi politica e profondità emotiva.
Nei suoi libri e nelle sue rubriche – spesso intime, mai indulgenti – ha raccontato donne, uomini, famiglie, fragilità. Non lo fa dall’alto di una cattedra, ma da dentro la vita. Quando parla di coppie stanche e separazioni, non offre formule magiche. Offre verità scomode.
“Non una liberazione. ma uno strappo”: cosa significa
Spesso immaginiamo la separazione come una liberazione: finalmente aria, finalmente spazio. Ma Concita De Gregorio ribalta questa narrazione romantica.
“Quando non è una liberazione ma uno strappo, non una scelta ma una necessità.”
Lo strappo è un’immagine precisa. Non è una porta che si chiude piano. È un tessuto che si lacera. Fa rumore. Fa male. E lascia i bordi irregolari.
Qui sta il punto: molte separazioni non nascono da un’esplosione, ma da un lento logoramento. Non c’è un tradimento eclatante, non c’è un grande colpevole. C’è la stanchezza. C’è la distanza che cresce a piccoli centimetri al giorno.
Gli studi sulla soddisfazione coniugale mostrano che la fine di una relazione è spesso preceduta da un lungo periodo di “disconnessione emotiva”, più che da eventi drammatici. Non si litiga più davvero. Non ci si ascolta più davvero.
Ed è qui che lasciarsi diventa “necessità”: non perché non ci sia più affetto, ma perché non c’è più nutrimento.
“Quando si deve ma non del tutto si vuole”
Questa è la parte più crudele. E più vera. Non del tutto si vuole. Perché una parte di noi resta legata alla memoria di ciò che è stato. Alla versione giovane di noi stessi. Alla promessa fatta. Ai figli. Alla casa. Alla paura di ricominciare.
La psicologia delle relazioni parla di ambivalenza affettiva: possiamo desiderare e temere la stessa cosa nello stesso momento. È normale. È umano.
Il problema è quando restiamo bloccati lì per anni. Quando la coppia diventa un luogo neutro: non fa più bene, ma nemmeno abbastanza male da costringerci a cambiare.
Concita De Gregorio coglie questo paradosso: è “più facile lasciarsi così” perché quando il dolore è evidente, la decisione diventa chiara. Quando invece la relazione è tiepida, indefinita, senza grandi drammi, si resta sospesi.
Perché questa frase può aiutarci a soffrire meno
Può sembrare strano: una frase così dolorosa che diventa uno strumento di consolazione. Eppure può esserlo. Perché ci dice una cosa fondamentale: se fa male, è normale. Se non è una liberazione, non sei sbagliato. Se non sei del tutto convinto, non sei incoerente.
Molte persone si colpevolizzano per non provare sollievo dopo una separazione. Pensano: “Se era finita, perché sto così male?”. La risposta è tutta lì: perché non era una scelta pura, ma una necessità. E le necessità non sono mai romantiche. Capire questo può aiutarci a:
- accettare il dolore senza vergogna;
- evitare guerre inutili per “giustificare” la separazione;
- smettere di trasformare l’altro in un nemico solo per trovare una ragione netta.
Spesso – e qui Concita De Gregorio è tagliente – litighiamo in modo furioso proprio per rendere la separazione più sopportabile. Se ti odio, è più semplice lasciarti. Se ti rispetto ancora, è molto più difficile.
Quando la stanchezza è il vero nodo
Pensiamo a una coppia insieme da quindici anni. Nessun tradimento. Nessuna violenza. Solo silenzi. Orari diversi. Dialoghi ridotti alla lista della spesa.
Oppure a due persone che si vogliono bene, ma hanno smesso di desiderarsi, di progettare, di stupirsi.
In questi casi lasciarsi è uno strappo perché non c’è un colpevole da accusare. C’è solo una verità da accettare: non siamo più quelli di prima.
Secondo diversi studi, la perdita di intimità emotiva è tra i principali predittori di separazione nelle coppie di lunga durata. Non il conflitto acceso, ma l’indifferenza. Ed è proprio questo che rende la frase di Concita De Gregorio così potente: non parla di drammi cinematografici. Parla di normalità.
La lezione che possiamo trarre
La sua riflessione ci invita a tre cose semplici e difficilissime:
- Non aspettare che la relazione si laceri per accorgerti della stanchezza.
- Non demonizzare il dolore: è parte del processo.
- Non trasformare una necessità in una guerra solo per sentirti più forte.
Forse la vera maturità è questa: accettare che alcune storie finiscono non perché siano state false, ma perché sono cambiate. E allora, lasciarsi può diventare meno distruttivo se smettiamo di pretendere che sia una liberazione spettacolare. Può essere uno strappo consapevole. Un gesto doloroso ma dignitoso.
Amare anche la fine
C’è qualcosa di profondamente umano nelle parole di Concita De Gregorio. Non consolano con frasi fatte. Non promettono rinascite immediate. Ci ricordano che le relazioni sono vive. E ciò che è vivo può crescere, ma può anche esaurirsi.
Se siamo una coppia stanca, forse la domanda non è solo “restare o andare”.
La domanda è: stiamo scegliendo, o stiamo solo rimandando?
Capire che “si deve ma non del tutto si vuole” ci libera dall’illusione della perfezione. E forse ci permette di lasciarci – quando serve – senza distruggerci. Perché a volte la fine non è un fallimento. È un atto di verità. E la verità, anche quando strappa, è sempre più leggera della finzione.
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