Le frasi di Galimberti che ti svelano perché il perfezionismo ti fa sentire sempre insoddisfatto e solo: come uscirne

Umberto Galimberti possiede una qualità rara: sa farci riflettere senza appesantire il pensiero. La sua forza sta nella chiarezza. Le sue parole non complicano, ma rivelano. E mentre lo leggiamo, ci sorprende una sensazione semplice: “È vero. Perché non ci ho pensato prima?”

È un intellettuale rigoroso, ma anche un attento osservatore della realtà e dell’animo umano. Non inventa inquietudini: le riconosce. Non crea bisogni: li smaschera. Ci propone un’idea di felicità più essenziale, liberandoci dall’ansia del confronto e dalla tentazione di chiuderci nella solitudine. Non offre formule, ma uno sguardo più lucido su ciò che siamo. Perché spesso non ci mancano risposte: ci manca chiarezza.

frase di Galimberti che ti libera dal bisogno di essere perfetto e dalla solitudine

Chi è Umberto Galimberti

Umberto Galimberti – filosofo, sociologo, psicologo, scrittore e divulgatore – è autore di opere molto note come I miti del nostro tempo e L’ospite inquietante.

Pur avendo affrontato numerosi temi, al centro della sua riflessione rimane l’uomo contemporaneo: un individuo che, in un mondo sempre più dominato dalla tecnica, finisce per sentirsi egli stesso un “mezzo tra i mezzi”. In questa condizione perde orientamento, si percepisce inadeguato e fatica a dare un senso alla propria esistenza.

Con un linguaggio limpido, privo di compiacimenti accademici, Galimberti riesce a toccare corde profonde, soprattutto nei momenti in cui ci sentiamo schiacciati dalle aspettative esterne e dalle pretese che imponiamo a noi stessi.

Perché tra Io e ideale dell’Io è una guerra invisibile

Umberto Galimberti ci vuole far riflettere:

Da questa guerra tutta interna a noi stessi, che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti dell’esistenza, si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta. Accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire “punti nel vivo” quando qualcuno ce la svela.”

Per comprendere davvero la portata emotiva di questa frase, occorre tornare a un punto essenziale della psicoanalisi. Sigmund Freud distingueva tra l’Io e l’ideale dell’Io: quest’ultimo è l’immagine di ciò che vorremmo essere, il modello a cui tendiamo, lo specchio delle nostre aspirazioni.

Finché resta un orizzonte, ci orienta. Ma quando diventa misura rigida, trasforma ogni distanza in colpa. L’Io si percepisce costantemente insufficiente, inferiore, mai all’altezza. E così l’Ideale dell’Io, da guida, si fa giudice crudele.

Presi da questa tensione, finiamo per cercare la nostra identità nel punto in cui non siamo ancora arrivati, nel luogo in cui i nostri ideali – spesso tirannici – pretenderebbero di vederci. Inseguiamo un’immagine futura e dimentichiamo che l’identità non nasce contro di noi né si costruisce in isolamento.

Forse ora ti chiedi come uscire da questo conflitto. È qui che interviene Galimberti: ci pone davanti a uno specchio interiore. E in quello specchio c’è una voce sottile che ripete sempre la stessa sentenza: non abbastanza. Ma non abbastanza cosa?

  • non abbastanza capaci;
  • non abbastanza belli;
  • non abbastanza forti.

È questa la radice della nostra inquietudine: la distanza continua tra ciò che siamo e ciò che crediamo di dover essere.

Come vincere la guerra invisibile

Lasciamo per un momento i passaggi più intricati della filosofia – necessari per il nostro ragionamento – e torniamo alla concretezza della nostra esperienza quotidiana. L’epoca in cui viviamo ci sottopone a richieste continue: efficienza, brillantezza, successo. Dobbiamo essere performanti, competitivi, sempre all’altezza. Così la vita si trasforma in una competizione permanente.

Ma contro chi stiamo gareggiando? Non contro gli altri, in fondo. Contro un modello ideale che abbiamo interiorizzato e reso assoluto. Un traguardo che arretra ogni volta che pensiamo di averlo raggiunto.

È qui che nasce gran parte della nostra sofferenza: non tanto da ciò che realmente ci manca, ma dalla distanza tra ciò che siamo e quell’immagine perfetta che l’ideale dell’Io continua a porci davanti come misura.

Ciascuno di noi custodisce una zona d’ombra:

  • fragilità che preferiremmo non mostrare;
  • insicurezze che temiamo vengano scoperte;
  • la paura persistente di non essere abbastanza.

È la parte che nascondiamo, quella che ci fa arrossire o ci spinge a difenderci, a chiuderci, a isolarci. Accettare questa ombra non significa assolvere ogni limite, ma riconoscerci. Significa ammettere che siamo imperfetti, in cammino. E soprattutto significa interrompere la lotta contro noi stessi.

Ci chiediamo come vincere questa guerra invisibile. Forse la risposta è disarmante nella sua semplicità: non si vince combattendo meglio, ma smettendo di combattere. Deponendo le armi. Rinunciando alla pretesa di essere impeccabili. E allora resta una domanda, quella più scomoda e più liberante: chi diventeremmo se smettessimo di voler essere perfetti? La risposta è semplice.

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