C’è qualcosa che non si dice abbastanza sul bisogno di sentirsi utili dopo una certa età: non è nostalgia, non è vanità, non è incapacità di accettare i propri limiti. È una delle esigenze più fondamentali dell’essere umano, e continua a esserlo fino alla fine. Massimo Cacciari e Paolo Crepet, da prospettive diverse – uno filosofo, l’altro psichiatra – ci hanno consegnato due frasi che parlano esattamente di questo. Alla fine dell’articolo troverai anche un elenco concreto di modi per ritrovare il senso di utilità in qualunque fase della vita.

Paolo Crepet lo dice con la secchezza che gli è propria:
“Chi non si emoziona, è già morto.”
Non sta parlando di emozioni spettacolari o di avventure fuori dall’ordinario. Sta parlando di qualcosa di più semplice e più urgente: del fatto che restare in contatto con quello che ci muove – un progetto, una relazione, qualcosa che ci aspetta domani – è ciò che tiene in vita davvero.
Non l’età anagrafica, non la salute fisica. La presenza di qualcosa che valga la pena fare, di qualcuno che abbia bisogno di noi in un modo che non sia solo assistenziale. Quando questa presenza manca, quando si passa le giornate senza che niente ci chieda davvero niente, si comincia a morire dall’interno, anche se tutto il resto funziona. Crepet ha scritto di questo in più occasioni, e ogni volta con la stessa fermezza: il desiderio non è un lusso, è la prova che si è ancora qui.
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Massimo Cacciari arriva allo stesso punto da una direzione diversa, con quella precisione filosofica che lo contraddistingue:
“Il vivere bene è avere dipeso il meno possibile da condizionamenti esterni, passioni irragionevoli, dagli altri e dai favori altrui. Aver difeso la mia legge interiore, non aver fatto male a nessuno.”
Quello che Cacciari chiama “legge interiore” è esattamente ciò che si mette a rischio quando si smette di sentirsi utili: non si perde solo un ruolo o una funzione: si perde il filo che connette le proprie azioni al proprio senso di sé.
Sentirsi utili non significa essere indispensabili agli altri; significa continuare a fare cose che nascono da dentro, che rispondono a qualcosa di proprio, che non siano solo attesa o compiacenza. La vita ben vissuta, per Cacciari, è quella in cui si è rimasti fedeli a questa legge interiore, e questo vale a trent’anni esattamente come a settantacinque.
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Il punto in cui le due prospettive si toccano è preciso: sentirsi utili non ha niente a che fare con l’essere occupati, con il fare cose, con il riempire il tempo. Ha a che fare con il sentire che ciò che si fa ha un destinatario che risponde.
Un giardino che cresce, un nipote che aspetta, una pagina che si riempie, un vicino che conta su di te per qualcosa di piccolo e preciso. Non servono grandi imprese. Serve che ci sia qualcosa che ci aspetta, che dipenda da noi in qualche modo, che cambi se ci siamo o non ci siamo. È questa la differenza tra il tempo che passa e il tempo che vale.
Come ritrovare il senso di utilità dopo una certa età
- Individua un’area in cui la tua esperienza può essere davvero utile: i decenni vissuti sono una risorsa rara, non un peso da giustificare.
- Scegli un impegno con un destinatario reale: volontariato, insegnamento informale, supporto a qualcuno che sta attraversando quello che tu hai già attraversato.
- Non aspettare che qualcuno ti chieda, proponi tu: l’utilità raramente bussa alla porta, va cercata.
- Distingui il sentirsi utili dal sentirsi indispensabili: il primo nutre, il secondo logora chi ti sta intorno.
- Coltiva un’attività che produca qualcosa, anche piccolo: un orto, una ricetta, un oggetto riparato; la concretezza del risultato è già una forma di risposta al bisogno di contare.
- Rimani curioso: chi continua a fare domande trova sempre qualcuno disposto a cercare le risposte insieme.
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