Ti è mai capitato di sentirti disperso – di avere tante idee, tanti desideri, tante possibilità – e di non riuscire a tradurre niente di tutto questo in qualcosa di concreto? Schopenhauer – il filosofo tedesco del pessimismo lucido – aveva una spiegazione semplice e diretta per questo. E non è quella che ti aspetti.

Sapere ciò che si vuole e ciò che si può
“Un uomo deve pur sapere ciò che vuole e saper ciò che può: solo così mostrerà carattere e solo allora potrà compiere qualcosa di buono.”
Due “sapere”. Due che sembrano scontati e non lo sono quasi mai. Sapere cosa si vuole – davvero, non quello che si crede di volere, non quello che gli altri si aspettano – è già un lavoro. E sapere cosa si può – conoscere i propri limiti, le proprie risorse reali, le proprie effettive capacità – è un lavoro ancora più difficile, perché richiede onestà con se stessi.
Sapere cosa si vuole
Non è banale. Moltissime persone credono di sapere cosa vogliono, ma in realtà inseguono il volere degli altri, o il volere che hanno imparato a sentire proprio perché qualcuno glielo ha instillato abbastanza presto e abbastanza a lungo. Il volere degli altri può diventare così familiare che smette di sembrare estraneo. Si confonde con il proprio. E allora si insegue una carriera che non si è mai voluta davvero, si costruisce una vita secondo un modello scelto da qualcun altro, ci si stanca senza capire bene perché.
Schopenhauer era convinto che la “volontà” – il desiderio fondamentale che muove ogni azione umana – fosse la forza più potente e più spesso fraintesa nell’essere umano. Non è razionale, non è completamente controllabile. Ma può essere conosciuta. E conoscerla è il primo passo per non esserne semplicemente trascinati, per trasformare la volontà cieca, impulsiva, reattiva, in intenzione consapevole. È la differenza tra subire la propria vita e dirigerla.
Sapere cosa si può
La seconda parte è ancora più impegnativa della prima. Molti falliscono non perché non sanno cosa vogliono, ma perché non valutano realisticamente quello che possono fare con le risorse che hanno adesso. Si lanciano in progetti superiori alle proprie forze, si mettono in situazioni per cui non sono ancora pronti, si confrontano con standard che non gli appartengono e che non potranno mai raggiungere.
Schopenhauer non sta dicendo di abbassare le aspettative, sta dicendo di partire da una valutazione onesta. Chi conosce i propri limiti può lavorarci. Chi li ignora li incontra sempre di sorpresa, nella forma peggiore.
Carattere come risultato, non come dote
La cosa più interessante di questa frase è che Schopenhauer parla di carattere come di qualcosa che si mostra, non come di qualcosa che si ha o non si ha. Il carattere non è un tratto fisso della personalità: è la coerenza tra quello che si sa di volere, quello che si sa di poter fare, e quello che si fa. Chi ha questa coerenza mostra carattere. Chi vive nella dispersione – volendo tutto, sapendo poco di sé, facendo in modo confuso – non lo mostra, indipendentemente da quanto sia dotato.
L’applicazione pratica
Questa frase vale come una domanda da farsi regolarmente: so davvero cosa voglio in questo momento della mia vita? E so davvero cosa posso fare, con le risorse, il tempo e le energie che ho adesso? Se le risposte sono vaghe o contraddittorie, è lì che c’è lavoro da fare, prima ancora di qualsiasi piano d’azione. La chiarezza su se stessi – su ciò che si vuole e su ciò che si può – è la forma più difficile e più necessaria di conoscenza. Schopenhauer lo sapeva. E la sua frase lo dice con una precisione che non lascia scampo.
Schopenhauer e la conoscenza di sé
Arthur Schopenhauer nacque a Danzica nel 1788 e trascorse gran parte della sua vita come outsider intellettuale, ignorato per decenni dall’accademia ufficiale. Il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, rimase sostanzialmente ignorato per decenni prima di ricevere finalmente il riconoscimento che meritava.
Schopenhauer non era un uomo facile. Era irascibile, solitario, convinto della propria superiorità. Eppure le sue osservazioni sulla psicologia umana, sul carattere, sulla volontà, hanno una precisione che non ha invecchiato.
Questa frase in particolare sembra scritta apposta per la nostra epoca: un tempo di possibilità infinite, di continua distrazione, di identità costruite e ricostruite sulle aspettative altrui e sui social. In questo contesto, “sapere cosa si vuole e cosa si può” non è per niente scontato, è quasi rivoluzionario.