La lezione di Umberto Eco su come possiamo capire una persona che dice una cosa e ne fa un’altra completamente diversa

Umberto Eco, semiologo e romanziere tra i più influenti del Novecento, ha costruito tutta la sua opera sulla domanda di cosa significhino davvero le cose, e quanto spesso il significato si nasconda dietro le parole, non dentro di esse. In Il nome della rosa ha messo in bocca a Guglielmo da Baskerville una frase che è rimasta:

“Lascia parlare il tuo cuore, interroga i volti, non ascoltare le lingue.”

È una lezione che vale per i personaggi di un romanzo medievale, e vale per chiunque si sia ritrovato a chiedersi perché le parole di qualcuno non tornassero con quello che quella persona fa davvero.

come possiamo capire una persona

Perché le parole non bastano a capire una persona

Il linguaggio è uno strumento straordinario, e proprio per questo può essere usato male, o usato bene per dire cose che non si vogliono dire davvero. Umberto Eco sapeva che le parole obbediscono alla volontà, mentre il resto del corpo obbedisce molto meno. Una bugia ben costruita regge nel lessico: si sceglie il termine giusto, si dosa la sicurezza nella voce, si evita la parola che potrebbe tradire. Ma il viso è più difficile da disciplinare. Le microespressioni, la tensione intorno agli occhi, l’esitazione di un mezzo secondo prima della risposta parlano anche quando le labbra stanno zitte o stanno dicendo il contrario. Il linguaggio è il livello della rappresentazione; il resto è il livello della verità.

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Umberto Eco lo conosceva bene questo meccanismo, perché tutta la semiotica – la disciplina che ha studiato per decenni – si occupa di questo: di come i segni funzionano, di come il significato si costruisce e si nasconde, di come quello che una cosa sembra dire non è quasi mai tutto quello che dice.

Applicato alle persone, questo vuol dire che chiunque comunica su più livelli contemporaneamente, e il livello verbale è solo uno. Questo è il senso profondo della frase di Eco: non si tratta di diventare esperti di linguaggio non verbale nel senso tecnico, ma di imparare a usare una forma di attenzione diversa. Di spostarsi dalle parole, che si costruiscono, ai segnali che sfuggono al controllo. Interrogare i volti non significa cercare bugie: significa cercare la verità che le parole non riescono sempre a contenere.

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Come si riconosce chi dice una cosa e ne fa un’altra

Il divario tra parole e azioni non è sempre malafede. A volte è ambivalenza: qualcuno vuole davvero fare quello che dice, ma poi non riesce. A volte è paura: si dichiara un’intenzione perché sembra la risposta giusta, non perché si sia pronti ad agire. A volte è il tentativo di essere all’altezza di un’immagine di sé che non corrisponde ancora alla realtà. E a volte, sì, è una scelta consapevole di ingannare.

In tutti questi casi, la chiave che Umberto Eco suggerisce è la stessa: non fermarsi alle parole, ma guardare cosa succede attorno ad esse. Come reagisce una persona quando viene messa in una situazione concreta, non teorica? Come si comporta quando pensa di non essere osservata? Cosa fa quando il costo di mantenere la coerenza tra parole e azioni diventa alto? Le risposte a queste domande rivelano molto di più di qualsiasi dichiarazione di intenti.

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Dove si trova la verità di una persona

Umberto Eco aveva capito, attraverso la semiotica e attraverso la letteratura, che la verità di una persona non sta in quello che dice di sé: sta nel pattern che si forma nel tempo. Non nelle parole singole, ma nelle coerenze e nelle incoerenze che emergono quando si guardano le cose insieme, dall’alto, con un po’ di distanza. Un personaggio letterario si capisce così: non dalla sua prima battuta, ma dall’insieme delle sue azioni, delle sue contraddizioni, delle cose che evita di dire.

Con le persone reali funziona allo stesso modo. Non si tratta di diffidare di tutti o di analizzare ossessivamente ogni gesto. Si tratta di tenere aperta quella parte dell’attenzione che non si accontenta delle parole, che registra anche il resto, e che, col tempo, riesce a costruire un’immagine più vera di quella che le sole dichiarazioni avrebbero offerto. “Lascia parlare il tuo cuore, interroga i volti, non ascoltare le lingue”: è l’invito a usare tutta la propria capacità di percezione, non solo quella che passa per il linguaggio.

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