Umberto Eco: ciascuno di noi è ogni tanto cretino, imbecille, stupido o matto, chi li mescola bene è normale

C’è qualcosa di profondamente liberatorio nell’idea che la normalità non sia l’assenza di follia, stupidità o irrazionalità, ma la capacità di mescolarle bene e in proporzione ragionevole. Umberto Eco aveva il dono molto specifico di prendere idee complesse – filosofiche, psicologiche, semiotiche – e renderle immediate, quasi fisicamente riconoscibili, accessibili a chiunque senza perdere niente della loro precisione. Questa frase, tratta dal suo romanzo Il nome della rosa, fa esattamente questo: prende qualcosa che tutti sanno per esperienza diretta e lo nomina con una precisione che fa quasi ridere di riconoscimento, come succede quando qualcuno descrive esattamente quello che pensavi senza aver trovato le parole.

ciascuno di noi è ogni tanto cretino

Ogni tanto siamo tutti cretini, imbecilli, stupidi o matti

“Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.”

La struttura è quella della definizione paradossale: non si è normali per essere esenti da cretinate, imbecillità, stupidità o follia. Si è normali per come si gestisce la loro coesistenza.

Le quattro categorie

Umberto Eco, da semiologo di formazione e da romanziere di talento straordinario, era molto preciso nelle parole, e la scelta di queste quattro parole in questa sequenza non è casuale. Cretino, imbecille, stupido, matto non sono sinonimi intercambiabili, sono categorie distinte di disfunzione cognitiva e comportamentale, ognuna con la sua logica specifica e interna.

Il cretino è quello che non sa di sbagliare, che non ha accesso alla consapevolezza dell’errore. L’imbecille è quello che sa ma non si ferma, che ha la consapevolezza, ma non riesce a convertirla in comportamento diverso. Lo stupido è quello che non connette causa ed effetto, che agisce senza vedere le conseguenze prevedibili. Il matto è quello che opera su una logica propria, coerente al suo interno ma incomprensibile dall’esterno.

La prima volta che ho letto questa frase ho fatto mentalmente l’elenco delle situazioni in cui sono stata ciascuna di queste cose. La conclusione era abbastanza inequivocabile e quasi confortante: sono tutte e quattro, in proporzioni variabili a seconda del giorno e dell’argomento. Il che, secondo la definizione di Eco, mi rende normale. E chiunque sia onesto con se stesso arriverebbe alla stessa conclusione.

La normalità come miscela

L’idea più bella in questa frase non è l’elenco delle categorie: è la “misura ragionevole”. Non zero di tutto, non troppo di qualcosa. La normalità non come assenza di difetti, ma come capacità di tenerli in proporzione gestibile nel corso del tempo. Chi non ha mai una cretinata è probabilmente artificiale o talmente controllato da essere, a suo modo, inquietante. Chi ha troppe cretinate accumulate diventa insostenibile per chi gli sta vicino. La normalità sta nella mescolanza intelligente e calibrata.

L’umorismo come diagnosi

Umberto Eco usava spesso l’umorismo come strumento di analisi molto preciso, non per alleggerire il contenuto, non per renderlo più digeribile o meno impegnativo, ma per renderlo più preciso e più difficile da ignorare.

Una frase come questa fa ridere, ma non è una battuta senza contenuto: è una definizione seria e rigorosa vestita da battuta, costruita in modo che tu la riceva prima che di avere il tempo di metterti in difesa. Ed è proprio per questo che funziona con tanta efficacia: abbassa la guardia intellettuale e poi arriva il punto, che a quel punto è già dentro.

Umberto Eco è stato semiologo, filosofo, medievalista e scrittore italiano, nato nel 1932 e morto nel 2016, autore di Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault, Il cimitero di Praga e di numerosi saggi fondamentali sulla semiotica e sulla cultura di massa.

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