Umberto Galimberti è uno degli psicoanalisti più ascoltati e apprezzati del nostro tempo. Nei suoi testi e nelle sue parole – che attraversano la famiglia, la società, il matrimonio – riesce sempre a toccare corde profonde, coinvolgendo chi legge e chi ascolta.
È la vita, quella autentica, fatta di relazioni, di solitudine e di confronto con se stessi, il cuore della sua riflessione. Galimberti ci mostra come l’uomo contemporaneo sia sempre più portato a identificarsi con la propria funzione sociale, confondendo ciò che fa con ciò che è.
Per questo oggi, più che in passato, sentiamo il bisogno di riempire ogni spazio vuoto, ogni pausa, ogni silenzio. Come se fermarsi fosse una colpa, come se il vuoto dovesse essere evitato a tutti i costi.
Ma è davvero necessario colmare quel vuoto? E soprattutto: come si può prendere una pausa che sia autentica, una pausa che non riproduca le stesse abitudini da cui vorremmo fuggire?

Chi è Umberto Galimberti
Umberto Galimberti possiede una qualità sempre più rara: sa parlare alle persone con una semplicità che non semplifica, ma illumina. Leggerlo significa fermarsi, sospendere il giudizio, guardare il mondo da un’altra angolazione. Ascoltarlo, invece, è un invito a scendere nelle profondità di se stessi, senza difese.
Saggista, psicoanalista e raffinato divulgatore culturale, Galimberti ha insegnato Filosofia della storia e Psicologia dinamica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Da anni rivolge il suo sguardo ai giovani e al disagio che attraversa l’età contemporanea, indagandone le fragilità senza mai giudicarle.
Quando parla, riesce a intrecciare il suo sapere con la vita quotidiana, senza mai porsi in cattedra: le sue parole arrivano come una conversazione intima, detta seduti a un tavolino di un bar. È questa capacità di rendere vicini anche i temi più lontani ad aver toccato così profondamente le persone, soprattutto quando ci accompagna a riflettere su argomenti apparentemente desueti, come il valore delle pause.
Sappiamo prenderci una pausa?
Per definizione, una pausa è un’interruzione temporanea della routine quotidiana. Può essere breve e quasi invisibile – il caffè alla macchinetta al lavoro, la ricreazione per i bambini – oppure lunga e attesa, come una vera e propria vacanza.
E quando – soprattutto intorno alle festività, si creano quei “ponti” che allungano il tempo lontano dagli impegni – la felicità è immediata. Ma accanto all’entusiasmo emerge spesso un sentimento più sottile: per alcuni appena percettibile, per altri impossibile da ignorare. La paura.
Le pause, a volte, generano inquietudine perché ci sottraggono, anche solo per un momento, alle nostre abitudini più consolidate. È qui che risuona con forza la riflessione di Galimberti:
“La pausa è un incubo se non può tacere il rumore del mondo.”
Con questa frase, Galimberti capovolge un’idea che normalmente consideriamo rassicurante. La pausa non è più automaticamente sollievo. Diventa, al contrario, un luogo scomodo, perché richiede silenzio. Un silenzio che non è soltanto esterno, ma prima di tutto interiore.
Forse è proprio per questo che facciamo così fatica a concederci una pausa autentica. Perché fermarsi significa esporsi a ciò che solitamente evitiamo, mentre il mondo continua a reclamarci attenzione attraverso:
- notifiche che non smettono di arrivare;
- messaggi a cui “bisogna” rispondere;
- email che invadono anche il tempo del riposo.
Se il rumore non si placa, la pausa smette di essere uno spazio che accoglie. Diventa un luogo in cui non sappiamo più stare, un tempo che non riusciamo ad abitare. E così, invece di riposarci, continuiamo a riempire il vuoto, perdendo l’occasione più preziosa: quella di ascoltarci davvero.
Cos’è rumore del mondo che ci svuota le pause
Chi oggi non si sente costantemente sotto pressione? Dover essere, dover fare, dover rispondere, dover studiare, dover lavorare, dover costruire una famiglia, dover avere figli. Una catena di aspettative che non lascia tregua. La pressione sociale è diventata un macigno sulle spalle, un rumore continuo che ci accompagna anche quando siamo fermi. Perché appena ne soddisfiamo uno, c’è sempre un altro “dover fare” pronto a prendere il suo posto.
È proprio per questo che la pausa diventa un momento scomodo. Un tempo che ci espone, senza filtri, a quel brusio di fondo che non sappiamo più abitare. E così anche le vacanze smettono di essere luoghi di incontro, di relazione, di presenza. Diventano spazi vuoti da riempire in fretta con altro rumore, altri stimoli, pur di mettere a tacere quelle voci che ci inseguono senza sosta.
Abbiamo paura delle pause perché sono spazi che non riusciamo più a gestire. Luoghi in cui siamo costretti ad ascoltare tutte le richieste che ci abitano dentro e che non abbiamo scelto davvero. Quando la società ci sottrae il silenzio, la pausa non consola: mette a nudo una mancanza profonda, qualcosa che abbiamo perduto senza accorgercene. Il diritto al nostro spazio.
Galimberti ci invita allora a ricominciare dalle pause. A prendercele lentamente, quasi con timidezza, senza pretendere subito di saperle abitare. Perché le pause sono essenziali e ci ricordano che non siamo macchine, anche se il mondo ci vuole continuamente:
- attivi;
- disponibili;
- performanti;
La pausa è riconoscere il limite non come una colpa o un fallimento, ma come uno spazio vitale. È dirsi, finalmente, che non dobbiamo fare tutto per valere. E forse, proprio lì, comincia la possibilità di tornare a noi stessi.
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