Una frase di Schopenhauer che ti mostra come riconoscere i momenti felici: “Ripensa a quelli passati e saprai cosa vuoi”

Quando si parla di felicità, il nome di Arthur Schopenhauer non è esattamente il primo che viene in mente. Non è un influencer del pensiero positivo, non è uno che invita a “manifestare l’abbondanza”, e non avrebbe mai scritto un manuale intitolato “Sorridi e l’universo ti sorriderà”. Anzi. È passato alla storia come il filosofo del pessimismo.

Eppure, proprio lui – l’uomo che vedeva il mondo come un luogo dominato dal dolore e dal desiderio incessante – ha scritto pagine lucidissime sulla felicità. Pagine che, lette oggi, suonano sorprendentemente attuali. Tra le sue frasi più celebri ce n’è una che colpisce come uno schiaffo gentile ma deciso:

Dei giorni felici della nostra vita ci accorgiamo solo quando hanno ormai lasciato il posto a giorni infelici.”

È una frase amara, sì. Ma è anche una chiave preziosa per imparare a non sprecare i momenti belli.

frase di Schopenhauer che ti mostra come riconoscere i momenti felici
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Che cos’è la felicità per Schopenhauer

Eppure, quando parla di felicità – soprattutto nei suoi scritti più accessibili come Aforismi sulla saggezza del vivere – il tono cambia. Non diventa allegro, ma diventa pratico. E sorprendentemente umano.

Per lui la felicità non è uno stato permanente di euforia. Non è un traguardo da raggiungere, non è un trofeo. È piuttosto una pausa dal dolore. È assenza di sofferenza, è tranquillità, è equilibrio. È quel momento in cui non stiamo lottando contro qualcosa.

In altre parole, la felicità non fa rumore. Non entra in scena con fuochi d’artificio. È discreta, quasi timida. E proprio per questo spesso non la riconosciamo.

Schopenhauer suggerisce che gran parte della nostra infelicità nasce dal confronto, dall’invidia, dall’ansia di volere sempre di più. Il suo consiglio? Ridurre i desideri, coltivare l’interiorità, proteggere il proprio tempo e la propria pace mentale. Non inseguire continuamente ciò che non si ha, ma imparare a valorizzare ciò che già c’è.

Non è un invito alla rinuncia totale, ma a una forma di sobrietà esistenziale. Una parola che oggi suona quasi rivoluzionaria.

Dei giorni felici…”: perché ce ne accorgiamo troppo tardi

La frase “Dei giorni felici della nostra vita ci accorgiamo solo quando hanno ormai lasciato il posto a giorni infelici” è un concentrato del suo pensiero.

Perché succede questo? Perché, secondo Schopenhauer, la nostra mente è programmata per notare il dolore più del benessere. Quando stiamo bene, lo diamo per scontato. Quando qualcosa funziona, non lo celebriamo: semplicemente lo viviamo. È come la salute. Non pensiamo alla salute finché non arriva la malattia.

Finché i giorni scorrono tranquilli, li consideriamo normali. Ma basta una perdita, una delusione, una difficoltà, e improvvisamente quei giorni “normali” diventano, a posteriori, giorni felici.

Il paradosso è crudele ma reale: capiamo quanto stavamo bene solo quando non stiamo più bene. Schopenhauer non lo dice per scoraggiarci. Lo dice per svegliarci.

Come usare questa frase per vivere meglio

Qui arriva il punto interessante. Se sappiamo che la nostra mente tende a riconoscere la felicità solo quando è finita, possiamo provare a ingannarla. Possiamo allenarci a fare il contrario.

Quando una giornata è tranquilla, senza drammi, senza problemi gravi, possiamo chiederci: “E se un giorno guardassi indietro a oggi? Lo chiamerei un giorno felice?” È un esercizio semplice, quasi banale. Ma potentissimo.

Schopenhauer ci invita indirettamente a sviluppare una consapevolezza retrospettiva… in tempo reale. A immaginare il futuro che guarda il presente. A pensare che ciò che oggi sembra ordinario, domani potrebbe sembrarci prezioso.

Questa prospettiva cambia tutto. Non elimina il dolore, non trasforma la vita in una favola, ma ci aiuta a non sprecare la serenità quando c’è.

Il pessimismo come forma di onestà

Schopenhauer non promette la felicità eterna. Non vende illusioni. Il suo pessimismo è una forma di onestà intellettuale: la vita è difficile, il desiderio è insaziabile, il dolore esiste. Punto.

Ma dentro questa visione severa c’è uno spazio per la saggezza. Se sappiamo che la felicità non è un’esplosione continua di gioia, ma una fragile tregua, forse impariamo a trattarla con più rispetto. Forse smettiamo di aspettare l’evento straordinario che cambierà tutto. Forse iniziamo a considerare felici quei giorni in cui non accade nulla di terribile. Quei giorni in cui siamo in salute, in cui una conversazione ci scalda, in cui il silenzio non pesa.

La frase sui giorni felici che riconosciamo troppo tardi è un promemoria. È una piccola provocazione filosofica che ci dice: non aspettare che la felicità diventi nostalgia per darle valore.

Ed è qui che Schopenhauer, con il suo sguardo severo e la sua ironia sottile, si rivela meno cupo di quanto sembri. Non ci chiede di essere entusiasti. Ci chiede di essere consapevoli. E a volte, tra entusiasmo e consapevolezza, la seconda è molto più potente.

Chi era Arthur Schopenhauer

Schopenhauer non era solo un pensatore raffinato, era anche un personaggio spigoloso. Nato nel 1788 a Danzica, cresciuto tra commerci, viaggi e una madre scrittrice con cui ebbe un rapporto complicato, sviluppò presto una visione disincantata della vita. Non sopportava la superficialità, detestava l’ottimismo facile e aveva un talento naturale per la critica tagliente.

La sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, è un monumento filosofico in cui descrive l’esistenza come dominata dalla “volontà”, una forza cieca e irrazionale che ci spinge a desiderare continuamente qualcosa. E qui sta il problema: desideriamo, otteniamo, ci annoiamo. Poi desideriamo di nuovo. È una ruota che non si ferma mai. Per Schopenhauer, la vita oscilla tra dolore e noia. Non proprio un messaggio da tazza motivazionale.

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