800 anni dopo San Francesco: la storia vera del Cantico delle creature e perché oggi ci insegna a vivere con meno

Francesco d’Assisi scrisse il Cantico delle creature intorno al 1224, cieco, malato, vicino alla morte. Non come addio al mondo, ma come atto di gratitudine verso di esso. È il testo più antico della letteratura italiana in volgare, e contiene qualcosa che le epoche successive hanno fatto fatica a trattenere: l’idea che il creato non sia una risorsa da sfruttare, ma una famiglia da ringraziare.

Cantico delle creature

Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature, spezialmente messor lo frate Sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle: in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le Tue creature dai sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Perché il Cantico nacque nel momento più buio della vita di Francesco

La storia vera del Cantico delle creature comincia con una crisi. Francesco aveva già fondato l’ordine, aveva già predicato a uccelli e lupi secondo le biografie devote, aveva già ricevuto le stimmate sul monte della Verna nel 1224. Ma era anche un uomo malato, con gli occhi quasi ciechi per un’infezione che lo tormentava da mesi, costretto a stare al buio in una capanna vicino a San Damiano perché la luce gli era insopportabile.

È in quella condizione – al buio, con gli occhi bendati, incapace di vedere il sole che celebrava – che Francesco compose il Cantico. Non lo dettò in estasi mistica. Lo scrisse pezzo per pezzo, come racconta Tommaso da Celano nella sua biografia, aggiungendo strofe in momenti diversi. Le prime, quelle sulla natura, nacquero nella capanna di San Damiano. La strofa sulla morte – “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale” – fu aggiunta in seguito, quando capì che stava morendo davvero.

Questo dettaglio cambia tutto. Il Cantico non è il canto sereno di un mistico in pace con il mondo. È la risposta di un uomo alla propria sofferenza fisica: scelgo di ringraziare per il sole che non riesco a guardare, per l’acqua che mi fa male agli occhi, per la terra che dovrà accogliermi presto. È un atto di volontà, non di sentimento spontaneo. Ed è per questo che dura.

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Cosa significa davvero chiamare il sole “fratello” e la terra “madre”

Il linguaggio del Cantico non è decorativo. Quando Francesco chiama il sole “frate” e la luna “sora”, sta compiendo un gesto preciso e rivoluzionario per il suo tempo: inserisce il creato nella stessa rete di relazioni familiari in cui vive ogni essere umano. Il sole non è uno strumento, non è una metafora di Dio, non è uno sfondo neutro: è un fratello, con tutto quello che quella parola implica: prossimità, debito, responsabilità reciproca.

Questo spostamento è ancora più radicale di quanto sembri. Il tredicesimo secolo era un’epoca in cui la natura veniva letta prevalentemente come allegoria morale o come materia da dominare. Francesco fa l’opposto: la descrive come soggetto, le dà titoli di parentela, le riconosce una dignità propria indipendentemente dall’uso che gli esseri umani possono farne. L’acqua è “humile et pretiosa et casta”:ha qualità morali, non solo proprietà fisiche. La terra “sustenta et governa”:è lei che si prende cura di noi, non viceversa.

In questo senso, il Cantico precede di otto secoli molte delle domande che la crisi ecologica ci ha costretto a riprendere in mano. Non perché Francesco fosse un ambientalista ante litteram, ma perché aveva intuito qualcosa di fondamentale: finché guardiamo il mondo naturale come una risorsa a nostra disposizione, non riusciamo a trattarlo con rispetto. Bisogna riconoscergli un legame, quasi una parentela, per cominciare a sentire la perdita di qualcosa di vivo quando lo distruggiamo.

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Perché 800 anni dopo il Cantico ci insegna ancora a vivere con meno

L’anniversario dei 800 anni dal Cantico – celebrato tra il 2024 e il 2026, anno della canonizzazione di Francesco nel 1226 – arriva in un momento in cui la sua intuizione centrale è più urgente che mai. Viviamo in una cultura dell’abbondanza che ha trasformato il consumo in un linguaggio emotivo: si compra per sentirsi meglio, si accumula per sentirsi sicuri, si sostituisce invece di riparare.

Francesco aveva fatto la scelta opposta, e non come rinuncia eroica, ma come scoperta: possedere poco libera. Libera il tempo che altrimenti si spende a gestire, manutenere, proteggere le cose. Libera l’attenzione da quello che si ha verso quello che si è. Libera anche lo sguardo: chi non è abituato all’abbondanza nota la luce del mattino, il rumore dell’acqua, il calore del fuoco. Chi è circondato di oggetti smette di vederli.

Il Cantico non predica la povertà come ideale astratto. La incarna in una percezione del mondo: se il sole è già un fratello, se la terra è già una madre, se il vento porta già quello di cui hai bisogno, di cosa hai mancanza? La scarsità che Francesco canta non è privazione, è pienezza di un tipo diverso. È la pienezza di chi ha smesso di cercare altrove quello che ha già.

Vivere con meno, oggi, non significa rinunciare alla modernità. Significa recuperare quella capacità di attenzione che il Cantico testimonia: guardare quello che c’è, riconoscergli un nome, ringraziarlo. È un esercizio piccolo, quotidiano, quasi banale. Eppure, a distanza di otto secoli, nessuno lo ha ancora detto meglio di un uomo bendato al buio in una capanna, che dettava versi sul sole che non riusciva a vedere.

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