Alda Merini non era una donna a cui la vita aveva fatto sconti. Vent’anni di ricoveri in manicomio, quattro figlie strappate, una povertà materiale che arrivava a non avere da mangiare. Eppure ha scritto. Ha continuato a scrivere anche quando le mancavano carta e penna, anche quando il mondo fuori dalla sua casa sui Navigli sembrava ignorarla del tutto. E nei suoi versi, nei suoi aforismi, ha costruito una filosofia del sogno che non è evasione dalla realtà, ma risposta radicale ad essa.
Per Alda Merini sognare non era un lusso. Era sopravvivenza. Era il modo in cui l’anima si difende da un mondo che la vuole spenta, quieta, addomesticata. E la misura di quella capacità di sognare – la sua intensità, la sua tenacia – era per lei esattamente la misura della libertà di un essere umano. Non la libertà giuridica, non quella economica: quella interiore e inattaccabile che nessuna istituzione, nessun manicomio, nessuna miseria può togliere fino in fondo.

Il grado di libertà si misura dai sogni
“Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni.”
Questa frase, tratta da Aforismi e magie, è la più densa e la più provocatoria che Alda Merini abbia scritto sui sogni, e anche quella che dice di più su di lei. Arriva da una donna che ha vissuto anni chiusa in un manicomio, privata della libertà fisica in modo assoluto. E dice: la vera libertà non è questa. Non è quella del corpo che può muoversi, uscire, scegliere dove andare. È quella dell’immaginazione che può sognare in grande, intensamente, senza censura.
Capovolgimento vertiginoso. La donna meno libera d’Italia – rinchiusa, drogata, etichettata – era forse la più libera di tutte, perché nessuno era mai riuscito a spegnere la sua capacità di sognare. E chi non sogna, chi ha rinunciato ai propri sogni per adeguarsi, per stare tranquillo, per non creare problemi, è un uomo in catene, anche se vive in una casa con le finestre aperte. La libertà vera, per Alda Merini, abita esattamente lì: nell’intensità dei sogni che ancora riesci a fare.
L’amore è vivere duemila sogni
“L’amore è vivere duemila sogni fino al bacio sublime.”
Questa frase è Alda Merini nella sua vena più lirica e più pura, quella in cui l’aforisma si fa poesia senza bisogno di versi. L’amore come moltiplicazione dei sogni: non uno, non dieci, ma duemila. Un numero che sfida ogni realismo, che non vuole essere credibile, che vuole essere smisurato. Perché l’amore autentico non è una cosa sobria e misurata: è un eccesso, un’esplosione, una proliferazione di possibilità e di visioni.
E tutto questo tumulto di sogni non ha come meta il possesso, la conquista, la certezza; ha come meta il bacio sublime. Non il bacio reale, con le sue imperfezioni e la sua caducità, ma quello sublime: l’istante in cui il sogno si fa carne, in cui la visione tocca la realtà. È una frase che dice, tra le righe, che il valore dell’amore sta più nel sognarlo che nel viverlo, o meglio, che il sognarlo è la forma più alta del viverlo.
Beati coloro che si ciberanno di sogni
“Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni.”
Questa frase dalla Clinica dell’abbandono è strutturata come una beatitudine evangelica, e non è un caso: Alda Merini era profondamente religiosa, a modo suo, e il linguaggio sacro attraversa tutta la sua opera. Beati coloro: benedetti, fortunati, scelti. Ma da cosa sono scelti? Da un modo di stare nelle relazioni umane – e nell’amore in particolare – che va al di là del piacere fisico, della soddisfazione immediata, della superficie.
Cibarsi dei sogni: nutrirsi dell’immaginazione condivisa, di quella dimensione in cui due persone non si incontrano solo con i corpi, ma con tutto ciò che portano dentro: i desideri, le visioni, le paure, i sogni appunto. È una frase che descrive una forma di intimità rarissima e preziosissima: quella in cui l’altro non è solo un corpo da amare ma un universo da esplorare, un sogno a cui partecipare. Beati loro, dice Alda Merini. E lo dice con la nostalgia di chi sa quanto sia raro.
Voglio spazio per cantare, crescere, errare
“Voglio spazio per cantare crescere errare e saltare il fosso della divina sapienza.”
Questa frase da Vuoto d’amore è la più ribelle e la più vitale di Alda Merini, quella in cui la dolcezza cede il posto a una richiesta aperta, quasi una dichiarazione d’intenti. Voglio. Non chiedo, non spero, non aspetto il permesso: voglio. Spazio per cantare, per esprimersi, per dar voce a ciò che c’è dentro. Spazio per crescere, per non essere tenuta ferma, classificata, ridotta a una diagnosi. Spazio per errare, non per sbagliare nel senso morale, ma per vagare, per muoversi senza meta prefissata, per esplorare.
E infine, il salto più audace: saltare il fosso della divina sapienza. Non opporsi alla sapienza, non rifiutarla, ma saltarla, superarla con un gesto fisico, atletico, quasi giocoso. Come se la vera libertà non fosse nell’acquisire la sapienza, ma nel non essere ingabbiata nemmeno da essa. È la Merini più libera: quella che non chiede il permesso di sognare, ma lo pretende.
Aforismi di Alda Merini sui sogni
- “Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni.”
- “L’amore è vivere duemila sogni fino al bacio sublime.”
- “Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni.”
- “Voglio spazio per cantare crescere errare e saltare il fosso della divina sapienza.”
BIO di Alda Merini
Alda Merini (Milano, 1931 – Milano, 2009) è considerata una delle voci più intense e originali della poesia italiana del Novecento. Bambina prodigio, scrisse i suoi primi versi a quindici anni e fu subito notata da Giacinto Spagnoletti e Giorgio Manganelli. La sua vita fu segnata da lunghi periodi di internamento psichiatrico (1965-1972 e poi ancora negli anni Ottanta), da cui uscì più volte distrutta ma mai silenziata. Visse per decenni in povertà estrema nei Navigli milanesi, finché negli anni Novanta una nuova pubblicazione la rilanciò e la rese celebre. Tra le opere principali: La Terra Santa (considerato il suo capolavoro), L’altra verità, Diario di una diversa, Aforismi e magie, Vuoto d’amore, Clinica dell’abbandono. Vinse numerosi premi e fu candidata al Nobel per la letteratura. Morì a Milano il 1° novembre 2009.
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