C’è una frase che apre un saggio scritto nel 1927 e che ancora oggi si trova citata in libri di psicologia, di neuroscienze, di filosofia, spesso senza che chi la cita sappia che viene da uno scrittore di racconti dell’orrore. Howard Phillips Lovecraft non era un accademico: era un uomo che viveva a Providence, Rhode Island, scriveva per riviste pulp e aveva dedicato la vita alla letteratura del terrore. E aveva capito qualcosa sulla paura umana che ancora oggi vale la pena leggere con attenzione.

Il saggio: non un manuale di psicologia, ma il manifesto di uno scrittore
“La più antica e potente emozione dell’uomo è la paura, e il tipo di paura più antico e potente è la paura dell’ignoto.” – traduzione italiana di Giuseppe Lippi, in L’orrore soprannaturale in letteratura, Edizioni Theoria / Fanucci
Lovecraft scrisse L’orrore soprannaturale in letteratura tra il 1924 e il 1927, pubblicandolo a puntate sulla rivista The Recluse. Non era un saggio accademico: era una storia personale e appassionata della letteratura dell’orrore, da Edgar Allan Poe in poi, scritta da qualcuno che amava quel genere con la fedeltà di un devoto.
Lovecraft cominciava dall’inizio: la paura è la più antica emozione umana perché è evolutiva. Prima ancora di capire cosa fosse il fuoco, l’essere umano lo temeva. Prima di capire i fulmini, i terremoti, le malattie, li temeva. La paura dell’ignoto non è una debolezza: è la risposta più antica che il cervello umano conosce di fronte a qualcosa che non riesce a classificare.
Da questa premessa, Lovecraft costruiva la sua estetica. La letteratura dell’orrore non deve spaventare con mostri visibili o pericoli concreti: deve spaventare con ciò che non si vede, non si capisce, non si può nominare. Il vero terrore è cosmico: non la morte che arriva, ma l’universo che non ci conosce. Non il mostro che ti mangia, ma la certezza che esistano forze rispetto alle quali l’intera storia umana è irrilevante.
Il saggio ripercorre secoli di letteratura gotica e horror – da Horace Walpole a Ann Radcliffe, da Poe a Ambrose Bierce, da Arthur Machen a Algernon Blackwood – con giudizi netti, spesso brillanti, a volte scorretti, sempre personali. Non è un catalogo: è la visione del mondo di uno scrittore che ha passato tutta la vita a capire perché certe storie fanno paura e certe no.
Perché quella frase funziona ancora
Non è necessario essere appassionati di horror per riconoscere che Lovecraft stava dicendo qualcosa di vero. La paura dell’ignoto è esattamente quella che proviamo ogni volta che qualcosa sfugge al nostro controllo o alla nostra comprensione.
La paura di un cambiamento di lavoro non è la paura di lavorare di più: è la paura di non sapere come andrà, di non avere una mappa. La paura del futuro non è la paura di eventi specifici: è la paura di non sapere quali eventi ci saranno. La paura di una diagnosi non ancora arrivata è spesso più intensa di quella per la diagnosi stessa, perché l’incertezza è l’ignoto allo stato puro.
Lovecraft lo vedeva nella letteratura, ma la meccanica è la stessa nella vita quotidiana. Le storie che ci fanno più paura sono quelle in cui il pericolo non ha forma: il rumore che non si riesce a identificare, la persona che non si riesce a capire, la situazione che non si riesce a leggere. Il cervello umano tollera il pericolo noto molto meglio di quello ignoto, perché il noto si può fronteggiare, il piano si può fare, la risposta si può preparare. L’ignoto non lascia nessuna di queste possibilità.
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Cosa ci dice ancora oggi
Rileggere quella frase d’apertura nel 2026 non richiede alcun aggiornamento. “La più antica e potente emozione dell’uomo è la paura, e il tipo di paura più antico e potente è la paura dell’ignoto” descrive con precisione qualcosa che chiunque riconosce nella propria esperienza; non solo nelle notti insonni, non solo davanti a un film di paura, ma anche nelle mattine in cui si apre il telefono e le notizie sembrano provenire da un mondo che non si riesce più a leggere.
Lovecraft non stava scrivendo di psicologia. Stava scrivendo di letteratura. Ma aveva capito che la letteratura più vera – quella che sopravvive – lavora sulle emozioni più profonde. E la più profonda, quella che non ha bisogno di essere insegnata perché è già dentro di noi dal principio, è la paura di ciò che non conosciamo.
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