Ci sono frasi che ti prendono allo stomaco. Non perché siano drammatiche, ma perché dicono la verità senza anestesia. Una di queste è di Massimo Recalcati:
“Noi siamo fatti anche da tutti i nostri innumerevoli morti, da tutte le perdite che hanno scavato nella nostra anima dei vuoti, da tutte le persone significative che abbiamo incontrato e poi perduto: maestri, amori che sono finiti, amici che abbiamo perso. Tutto quello che è stato e che non è più, che ha marchiato la nostra vita e si è perduto nel tempo, resta in qualche modo ancora qui perché lo portiamo dentro noi stessi.”
Questa frase non consola. Non promette paradisi, non addolcisce la pillola. Dice una cosa più scomoda e più potente: il lutto non è una parentesi da chiudere, è una parte di noi.
In un’epoca che vuole tutto subito, anche la “guarigione”, Recalcati ci invita a fare qualcosa di rivoluzionario: restare nel dolore senza vergognarcene.

Chi è Massimo Recalcati
Massimo Recalcati è uno psicoanalista, saggista e docente universitario tra i più noti in Italia. Fondatore di Jonas Onlus e autore di numerosi libri dedicati al desiderio, alla mancanza, alla scuola, alla famiglia e alla perdita, ha portato la psicoanalisi fuori dagli studi chiusi per farla entrare nel dibattito pubblico.
La sua formazione affonda nella tradizione freudiana e lacaniana, ma il suo linguaggio è accessibile, diretto, spesso poetico. Non parla per iniziati: parla a chi ha perso qualcuno, a chi si è sentito abbandonato, a chi ha amato e poi ha dovuto lasciare andare.
Quando affronta il tema della morte e del lutto, non lo fa da teorico distante. Lo fa da uomo che sa che la perdita è un’esperienza universale.
“Siamo fatti anche dai nostri morti“: cosa significa
La frase citata non è solo un pensiero suggestivo. È una tesi forte: l’identità non è fatta solo di presenze, ma anche di assenze. Quando Recalcati dice che “le perdite hanno scavato nella nostra anima dei vuoti”, usa un’immagine potente. Il vuoto, normalmente, lo vogliamo riempire. Invece lui ci dice: quel vuoto è formativo. È uno spazio che ci ha cambiati.
Pensiamo a un maestro che ci ha insegnato a credere in noi. O a un amore finito che ci ha fatto scoprire parti di noi che non conoscevamo. O a un genitore che non c’è più, ma che ancora “parla” nelle nostre scelte quotidiane.
Secondo Recalcati, ciò che “non è più” non sparisce davvero. Resta come traccia, come impronta, come struttura interna. È quello che la psicoanalisi chiama interiorizzazione: la persona amata diventa una presenza interna, una voce silenziosa che continua ad accompagnarci. E qui sta la svolta: non si tratta di negare la morte, ma di trasformare la relazione.
Il lutto non è dimenticare, ma cambiare forma al legame
Un’altra idea centrale nel pensiero di Recalcati è che il lutto non sia un processo di cancellazione. Non si tratta di “andare avanti” come se nulla fosse successo.
Il lutto sano non è:
- smettere di pensare a chi non c’è più;
- archiviare i ricordi;
- fingere che il dolore sia finito.
Il lutto è imparare a portare dentro di sé l’assenza senza esserne distrutti.
Questa visione è in linea con alcune ricerche contemporanee sul tema. Studi sulla teoria dei continuing bonds (legami che continuano) mostrano che mantenere un legame simbolico con chi è morto – parlare con lui interiormente, ricordarlo attivamente, sentire di agire anche nel suo nome – non è patologico. Anzi, può essere una forma di adattamento sano al dolore.
Come questa frase può aiutarci nella vita reale
Immagina una donna che ha perso il proprio padre. Ogni volta che affronta una difficoltà, si chiede: “Cosa mi direbbe?”. Non è follia. È interiorizzazione. È trasformazione del legame.
Immagina un uomo che ha perso un amico fraterno. Continua a raccontare aneddoti su di lui, a ridere delle sue battute, a sentirlo vivo nella memoria condivisa. Non sta rifiutando la realtà. Sta costruendo una nuova forma di presenza.
Secondo Recalcati, la vera elaborazione del lutto non è eliminare il morto dalla nostra vita psichica. È dargli un posto diverso. Questo è liberatorio perché toglie una pressione enorme: non dobbiamo “dimenticare per stare meglio”. Possiamo stare meglio proprio ricordando, ma in modo non paralizzante.
Il vuoto come spazio generativo
C’è un altro aspetto nel pensiero di Recalcati: il vuoto non è solo mancanza, è anche apertura. Le perdite “scavano” nella nostra anima. Ma uno scavo crea spazio. E quello spazio può diventare:
- più empatia;
- più consapevolezza;
- più profondità nelle relazioni future;
Chi ha conosciuto il dolore, spesso, sviluppa una capacità di ascolto più autentica. Non perché sia diventato più forte in modo eroico, ma perché ha attraversato il limite.
In questo senso, il lutto può diventare una forma di eredità invisibile. Non solo sofferenza, ma maturazione.
Una lezione per tutti noi: non temere l’assenza
Viviamo in una società che teme il silenzio, il vuoto, la pausa. Anche la morte viene nascosta, accelerata, medicalizzata. Recalcati ci invita a fare l’opposto: a non scappare.
La sua frase ci ricorda che siamo una trama di presenze e assenze. Che la nostra identità è un mosaico di incontri e separazioni. Che ciò che abbiamo amato non si dissolve nel nulla. E forse la vera consolazione non è immaginare un altrove, ma riconoscere che l’amore, una volta vissuto, modifica per sempre la nostra struttura interiore.
Tenere dentro di noi chi se n’è andato non significa restare fermi nel passato. Significa camminare con una compagnia invisibile. E allora il lutto non è più solo ferita. Diventa memoria viva. Diventa responsabilità. Diventa, paradossalmente, una forma di continuità.
Forse è questo il senso più profondo delle parole di Recalcati: non siamo solo ciò che abbiamo, ma anche ciò che abbiamo perduto. E dentro quelle perdite, se abbiamo il coraggio di guardarle, c’è ancora luce.
Leggi altre frasi celebri di Massimo Recalcati e le frasi celebri sul lutto