La dura frase di Crepet sui giovani che usano l’intelligenza artificiale: “Sono dementi, è inutile che vadano a scuola”

Paolo Crepet non è certo uno che fa sconti, e neppure molte delle sue frasi lo sono: ti costringono a guardare in faccia verità che non si possono tacere o addolcire. E poi ci sono quelle che fanno capire a genitori e insegnanti cosa potrebbe succedere se i giovani usassero l’intelligenza artificiale in modo continuo, ossessivo e costante.

È indubbio che le nuove tecnologie portino risultati positivi in molti ambiti, ma quando vengono usate in modo eccessivo o scorretto possono provocare un’involuzione: a partire dalla lettura, che anno dopo anno sta diventando una moda “vintage”.

frase di Crepet sui giovani che usano l'intelligenza artificiale

Chi è Paolo Crepet

Ormai Paolo Crepet è una figura molto conosciuta, capace di entrare nelle nostre case con le sue parole e di scuoterci profondamente. Psichiatra, sociologo e saggista, da decenni affronta temi come l’educazione, la fragilità emotiva e, soprattutto, l’adolescenza.

In un mondo in cui anche l’intelligenza artificiale è diventata parte della quotidianità, è necessario chiedersi quanto un uso eccessivo, fuori misura o inappropriato possa influire sui giovani. Crepet, con un colpo secco, lancia un vero e proprio campanello d’allarme quando parla di “demenza digitale”.

I giovani, l’IA e la demenza digitale

Ci sono montagne di ricerche che parlano di quella che già 10-12 anni fa veniva definita demenza digitale. È inutile andare a scuola, perché con l’intelligenza artificiale che ci vai a fare a scuola?

Crepet non usa un’espressione a caso, non ricalcherebbe il suo stile. Con “demenza digitale” ci sta dicendo qualcosa di molto preciso, ovvero che la tecnologia:

  • non è solo uno strumento;
  • sta diventando quasi un modo di pensare.

Nel momento in cui il modo di pensare umano viene alterato, si rischia di perdere la capacità stessa di pensare. Quello che potrebbe sembrare un gioco di parole, in realtà è una doccia fredda: affidarsi all’intelligenza artificiale per qualsiasi cosa porta la mente a smettere di approfondire, di riflettere, di elaborare.

La nostra società sta accelerando più del necessario: è come montare un motore da corsa su un’utilitaria degli anni Cinquanta. Stiamo correndo verso un futuro che non abbiamo ancora compreso, con strumenti che spesso non sappiamo davvero come adattare ai nostri bisogni.

Se l’IA può fare tutto, perché serve ancora imparare?

Crepet sembra scuotere un tabù: l’idea che la scuola sia sacra e inviolabile. Eppure, la sua domanda lo mette completamente a nudo, perché la scuola non deve essere solo un deposito di nozioni, ma un vero e proprio allenamento della mente. Se la mente smette di approfondire e di pensare, a cosa serve andare a scuola?

Bisogna far capire ai giovani che la tecnologia, per quanto renda la vita più facile e ci proietti a velocità della luce in un futuro che non sembra più fantascienza, non potrà mai sostituire:

  • la capacità di giudizio;
  • la capacità di scelta;
  • la capacità di non essere superficiali.

Se affidiamo queste scelte all’IA, che come un vecchio amico ci dà sempre la risposta pronta, rischiamo di perdere proprio la capacità di trovarle. E questa capacità può nascere solo dalla nostra mente, che deve rialzarsi e tornare ad allenarsi. Quindi, non è tanto l’intelligenza artificiale a renderci “stupidi” o a farci pensare che la scuola sia inutile: è l’uso che ne facciamo.

La scuola può dare quello che l’IA non avrà mai

La scuola non è solo apprendimento: è una palestra che forma il carattere. E fa capire che se:

  • la tecnologia ci rende comodi;
  • la scuola ci rende liberi.

Crepet ci sta dicendo che la tecnologia è diventata così potente da poterci sostituire in molte cose. Ma se ci sostituisce anche nel pensare, allora il prezzo non è il progresso: il prezzo siamo noi stessi.

Bisogna spiegare ai giovani che se lasciano che un algoritmo pensi al posto loro, stanno già perdendo la cosa più preziosa: la loro libertà. La scuola non è inutile, è l’unico allenamento che può salvarli dalla “demenza digitale”: se non impariamo a pensare, un giorno ci sveglieremo e scopriremo di non sapere più chi siamo

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