Quante volte ti sei sentito “troppo”? Troppo sensibile, troppo diretto, troppo silenzioso, troppo diverso. E quante volte, per evitare uno sguardo storto o una frase velenosa, hai limato un pezzo di te? Alda Merini, con la sua consueta lucidità poetica, lo dice senza giri di parole:
“Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri.”
Una frase che è una pugnalata dolce. Perché parla di tutti noi. Parla di quel momento in cui nasciamo integri, autentici, magari anche felici… e poi, piano piano, ci adattiamo. Ci pieghiamo. Ci deformiamo.
Ma cosa intende davvero Alda Merini? E cosa possiamo imparare da questa frase per non diventare la copia sbiadita delle aspettative altrui?

Chi era Alda Merini: la voce scomoda che non ha mai chiesto il permesso
Nata a Milano nel 1931, Alda Merini è stata una delle più grandi poetesse italiane del Novecento. La sua vita è stata segnata da lunghi periodi di internamento in ospedale psichiatrico, da amori tormentati, da povertà e da una creatività incandescentemente libera.
Non scriveva per piacere. Scriveva per sopravvivere. Tra le sue opere più celebri c’è La Terra Santa, in cui racconta l’esperienza manicomiale con una potenza lirica rara. Alda Merini ha attraversato il dolore senza edulcorarlo. Merini non parlava “di” disagio: parlava “dal” disagio. E quando diceva qualcosa, non era una frase da social. Era carne viva.
Cosa significa deformarsi attraverso gli altri
Partiamo dall’inizio: “Mi sveglio sempre in forma”. Qui c’è un’affermazione potentissima. L’essere umano, per Alda Merini, nasce in forma. Integro. Non rotto. Non sbagliato. Non da correggere.
Poi arriva il resto. “E mi deformo attraverso gli altri.” Gli altri chi? La famiglia che ti dice come dovresti essere. Il partner che ti preferirebbe più docile. L’ambiente di lavoro che ti vuole competitivo anche se sei cooperativo. La società che ti misura in like e performance.
La deformazione non è immediata. È sottile. Avviene quando inizi a chiederti: “Come mi vogliono?”. E smetti di chiederti: “Chi sono?”.
Il disagio di non essere come gli altri ci vogliono
Alda Merini ha scritto anche:
“Sono folle, folle d’amore per te.”
Nella sua poetica, la “follia” non è solo patologia. È spesso il nome che gli altri danno a ciò che non capiscono. A ciò che esce dagli schemi. Il disagio, per lei, nasce proprio lì: nel tentativo forzato di rientrare in uno schema che non ci appartiene.
Pensaci: quante persone cambiano modo di vestire, di parlare, perfino di pensare, per sentirsi accettate? E quante, una volta ottenuta quell’approvazione, si sentono comunque vuote?
La psicologia contemporanea lo conferma. Gli studi sull’“autenticità” mostrano che vivere in modo coerente con i propri valori è uno dei principali fattori di benessere psicologico. Quando c’è una discrepanza tra il sé autentico e il sé “sociale”, aumentano ansia e stress. In altre parole: la deformazione fa male.
Perché questa frase è un campanello d’allarme
“Mi deformo attraverso gli altri” non è solo una constatazione poetica. È un avvertimento. Ci mette in guardia da chi vuole cambiarci a suo piacere. Non sempre lo fa con cattiveria. A volte è amore maldestro, a volte è paura, a volte è semplice egoismo. Ma il risultato è lo stesso: perdiamo contorno.
Immagina una relazione in cui ti viene detto: “Se mi amassi davvero, saresti diverso”. Oppure un capo che ti ripete: “Qui funziona così, se non ti adegui sei fuori”. O ancora un gruppo di amici che ironizza sempre su un tuo tratto caratteriale finché inizi a nasconderlo. È lì che comincia la deformazione.
Non succede tutto in un giorno. Succede un po’ alla volta. E il rischio è accorgersene quando ormai non riconosci più il tuo riflesso.
Cosa dovrebbe essere il disagio per noi
Per Alda Merini il disagio non è qualcosa da cancellare. È un segnale. Se ti senti fuori posto, forse non sei tu a essere sbagliato. Forse è il contesto. Invece di chiederti “Cosa devo cambiare di me?”, prova a chiederti: “Con chi mi sto deformando?”.
Non significa diventare rigidi o arroganti. Significa distinguere tra crescita e snaturamento. Crescere è ampliare chi sei. Snaturarti è restringerti per entrare nella misura di qualcun altro.
Quando restare “in forma” è un atto di coraggio
Pensa a chi decide di cambiare lavoro perché l’ambiente lo sta spegnendo. A chi esce da una relazione in cui si sentiva sempre “troppo”. A chi smette di fingere un entusiasmo che non prova. Non sono scelte facili. A volte costano.
Ma restare in forma – nel senso di Alda Merini – significa preservare la propria struttura interiore. È un lavoro quotidiano, fatto di piccoli atti di coerenza.
A volte basta:
- dire un “no” senza sentirsi in colpa;
- smettere di ridere a battute che ti feriscono;
- scegliere ambienti in cui non devi chiedere scusa per esistere.
Piccole rivoluzioni personali.
La lezione più grande di Alda Merini
Alda Merini non ci invita a vivere contro gli altri. Ci invita a non vivere contro noi stessi. La sua frase è utile perché ci ricorda che la nostra forma originaria ha valore. Che non siamo nati storti. Che non dobbiamo diventare la versione approvata di noi.
In un mondo che spinge all’omologazione, essere se stessi è quasi un atto sovversivo. E forse è questo il punto più tagliente della sua poesia: non dobbiamo diventare ciò che gli altri si aspettano. Dobbiamo diventare ciò che siamo.
La prossima volta che ti sentirai “fuori posto”, fermati un attimo. Chiediti se stai davvero crescendo o se ti stai deformando. E ricordati che, come scriveva Alda Merini, ti svegli sempre in forma. Sta a te decidere cosa farne.
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