Viviamo nell’epoca delle notifiche, delle chat infinite, delle relazioni “sempre connesse”. Eppure mai come oggi tanti giovani si sentono soli. È un paradosso moderno: circondati da persone, ma incapaci di stare davvero con se stessi.
E qui entra in scena Arthur Schopenhauer, il filosofo che molti ricordano come pessimista, ma che in realtà può insegnarci qualcosa di sorprendentemente concreto sulla felicità. Scriveva:
“Uno degli studi principali dei giovani dovrebbe essere quello di imparare a sopportare la solitudine, perché questa è fonte di felicità e di tranquillità d’animo.”
Una frase che sembra dura, quasi controintuitiva. “Sopportare” la solitudine? Non evitarla? Non riempirla? Eppure, dietro queste parole c’è una lezione potente, forse più attuale oggi di quanto lo fosse nel suo tempo.

Chi era Arthur Schopenhauer
Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato uno dei più influenti filosofi tedeschi dell’Ottocento. Nato a Danzica e vissuto tra Germania e Italia, fu un intellettuale colto, indipendente e spesso polemico. La sua opera più celebre, Il mondo come volontà e rappresentazione, ha segnato profondamente la filosofia moderna e ha influenzato pensatori come Nietzsche, Freud e persino scrittori e artisti contemporanei.
Non fu un filosofo “accademico” nel senso classico: per anni insegnò in aule vuote, oscurato dalla fama di Hegel. Ma la sua forza stava proprio lì: pensava controcorrente, libero dalle mode culturali.
Schopenhauer partiva da un’idea radicale: la vita è dominata dalla “volontà”, una forza cieca che ci spinge a desiderare continuamente. E il desiderio, diceva, è quasi sempre fonte di sofferenza. Ma attenzione: non era un invito alla disperazione. Era un invito alla consapevolezza
Perché la solitudine è “fonte di felicità e tranquillità d’animo“
Torniamo alla frase centrale:
“Uno degli studi principali dei giovani dovrebbe essere quello di imparare a sopportare la solitudine, perché questa è fonte di felicità e di tranquillità d’animo.”
Cosa significa davvero?
- “Imparare” la solitudine
Schopenhauer usa un verbo preciso: imparare. La solitudine non è una condanna, è una competenza. Così come si studia matematica o una lingua straniera, si dovrebbe studiare la capacità di stare da soli. Perché? Perché chi non sa stare solo, dipende dagli altri per sentirsi completo. E la dipendenza emotiva è terreno fertile per ansia, frustrazione e scelte sbagliate.
Quanti giovani restano in relazioni tossiche per paura di rimanere soli? Quanti riempiono ogni momento di silenzio con uno schermo? Schopenhauer aveva capito una cosa semplice e brutale: se non ti sopporti, nessuno potrà renderti felice davvero.
- La solitudine come spazio di crescita
Il filosofo scrive anche:
“La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eccellenti.”
Qui non sta dicendo che bisogna isolarsi dal mondo. Sta dicendo che chi sviluppa profondità interiore inevitabilmente attraversa momenti di solitudine.
Pensiamo agli studenti che si preparano a un esame importante. Agli artisti che creano. A chi riflette sulle proprie scelte di vita. La crescita richiede silenzio.
La psicologia moderna conferma questa intuizione. Studi sull’autonomia emotiva mostrano che la capacità di stare da soli è collegata a maggiore stabilità emotiva, autostima più solida e minore ansia sociale. La ricercatrice Thuy-vy Nguyen (Università di Durham) ha evidenziato come il tempo trascorso volontariamente da soli possa favorire regolazione emotiva e chiarezza mentale.
Schopenhauer non aveva i dati statistici, ma aveva osservato l’animo umano con lucidità chirurgica.
Giovani, rumore e paura del vuoto
Schopenhauer viveva in un’epoca diversa, ma il problema era lo stesso: la fuga da se stessi. Scriveva:
“La maggior parte degli uomini non è capace di sopportare la solitudine.”
Perché? Perché la solitudine ci mette davanti a ciò che siamo davvero. Senza distrazioni. Senza applausi. Senza like. E questo può far paura.
Ma è proprio lì che nasce la tranquillità d’animo di cui parla il filosofo. Non è euforia, non è entusiasmo continuo. È pace interiore. È sapere chi sei anche quando nessuno ti guarda.
Cosa significa felicità per Schopenhauer
Per Schopenhauer la felicità non è accumulare piaceri. Non è rincorrere successi. È ridurre la sofferenza inutile. Se siamo sempre dipendenti dal giudizio degli altri, soffriamo. Se abbiamo bisogno costante di approvazione, soffriamo. Se temiamo il silenzio, soffriamo.
La vera felicità, secondo lui, nasce dalla libertà interiore. E la libertà interiore si costruisce quando:
- impariamo a stare soli senza sentirci abbandonati;
- coltiviamo interessi personali;
- sviluppiamo pensiero critico e autonomia.
Non è una felicità rumorosa. È una felicità sobria, quasi elegante.
Un esempio concreto: la solitudine che rafforza
Immagina un ragazzo che decide di passare un pomeriggio senza telefono.
All’inizio si annoia. Si sente a disagio. Poi comincia a leggere. A scrivere. A riflettere. Scopre che alcune sue scelte non erano davvero sue, ma influenzate dal gruppo.
Questa è la lezione pratica di Schopenhauer: la solitudine è uno specchio. E lo specchio, anche quando non ci piace, ci rende più consapevoli. Nel lungo periodo, chi sa stare bene da solo entra nelle relazioni per scelta, non per bisogno. E questo cambia tutto.
La lezione per i giovani di oggi
La frase di Schopenhauer può sembrare severa. Ma in realtà è profondamente educativa. Dire a un giovane “impara a sopportare la solitudine” significa dirgli:
- non avere paura del silenzio;
- non cercare negli altri ciò che puoi costruire dentro di te;
- non confondere compagnia con felicità.
È una lezione controcorrente, quasi ribelle in un’epoca iperconnessa. E forse proprio per questo è rivoluzionaria.
Il coraggio di bastarsi
Schopenhauer non ci promette una vita facile. Non ci vende ottimismo a buon mercato. Ci offre qualcosa di più serio: la possibilità di costruire una felicità solida. La solitudine, se scelta e compresa, non è un nemico. È un laboratorio interiore. È il luogo dove diventiamo adulti davvero.
Forse aveva ragione: tra le materie più importanti per i giovani dovrebbe esserci anche questa. Non solo matematica, non solo tecnologia. Ma l’arte – difficilissima e preziosa – di stare bene con se stessi.
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