Una frase provocatoria di Crepet sui giovani che se sei genitore ti fa arrabbiare ma anche riflettere: devono disubbidire

Viviamo nell’epoca delle connessioni infinite, dei gruppi WhatsApp che non tacciono mai e dei social dove “amici” e “follower” si contano a centinaia. Eppure, secondo Paolo Crepet, non siamo mai stati così isolati. La sua frase è diventata quasi un manifesto:

Non siamo solo più soli, siamo più isolati. Ed è peggio. Non ci resta che disobbedire.”

Crepet non parla per provocare. Parla per scuotere. Perché la solitudine può essere una scelta, un momento creativo, un silenzio che nutre. L’isolamento, invece, è una prigione invisibile. È l’assenza di relazioni vere. È vivere circondati da stimoli, ma senza legami profondi. E qui entra in gioco la sua parola chiave: disobbedire.

frase provocatoria di Crepet sui giovani

Isolati, non semplicemente soli

Quando Crepet dice: Non siamo solo più soli, siamo più isolati. Ed è peggio”, sta facendo una distinzione fondamentale.

La solitudine può essere fertile. Pensiamo agli artisti, agli scrittori, ai ragazzi che si chiudono in camera per suonare, studiare, sognare. Quella è solitudine che costruisce identità.

L’isolamento, invece, è diverso. È passare ore online senza mai sentirsi davvero visti. È avere mille “contatti” e nessuno con cui parlare quando si sta male. È vivere in una società che offre tutto, ma non insegna più a desiderare davvero.

Diversi studi internazionali negli ultimi anni hanno evidenziato come l’uso eccessivo dei social media sia correlato a un aumento di ansia, depressione e percezione di solitudine negli adolescenti. Non perché la tecnologia sia il male assoluto, ma perché può sostituire relazioni autentiche con surrogati emotivi.

Crepet non demonizza lo smartphone. Demonizza l’assenza di pensiero critico.

Non ci resta che disobbedire“: ma a chi?

Qui arriva il passaggio più potente: “Non ci resta che disobbedire.” Non è un invito all’anarchia. Non è un’esortazione a rompere le regole per il gusto di farlo. Crepet lo chiarisce:

La disobbedienza non è uno slogan, ma una condizione che nasce dalla capacità di pensare con la propria testa, di sorprendere se stessa.”

Disobbedire, per lui, significa smettere di accettare passivamente il “menù” che ci viene servito. E infatti aggiunge:

La libertà non è un menù. Al contrario, è buttare via il menù e fare la fatica di cucinare quel che si preferisce.”

È una metafora semplice, ma geniale. Il menù è ciò che il sistema – sociale, culturale, mediatico – ci propone: modelli di successo, ideali di bellezza, percorsi già tracciati. Studia questo. Fai quello. Diventa così. Cucinare, invece, è fatica. È scegliere. È rischiare di sbagliare. È creare qualcosa di proprio.

Perché questa frase può salvare i nostri giovani

Molti ragazzi oggi non muoiono fisicamente. Ma rischiano di “morire dentro”.

Quando accettano tutto senza metterlo in discussione.

Quando inseguono modelli che non li rappresentano.

Quando hanno paura di deludere e quindi smettono di desiderare.

La disobbedienza di cui parla Crepet è un atto vitale. È dire:

  • Non voglio essere come tutti.
  • Non mi basta quello che mi viene imposto.
  • Voglio capire, non solo eseguire.

Pensiamo a un adolescente che sente la pressione di scegliere un percorso universitario “sicuro” ma non lo sente suo. Disobbedire, in questo caso, significa avere il coraggio di ascoltare la propria vocazione. Non è facile. Richiede conflitto, dialogo, responsabilità.

Oppure pensiamo a un ragazzo che subisce dinamiche tossiche online: body shaming, confronto continuo, competizione feroce. Disobbedire può voler dire spegnere il telefono. Uscire. Iscriversi a teatro. Fare volontariato. Tornare al mondo reale.

È un atto rivoluzionario? Sì. Ma è una rivoluzione silenziosa.

Una società che offre tutto, ma non educa al limite

Crepet è spesso tagliente perché vede un paradosso: abbiamo costruito una società che protegge i giovani da ogni frustrazione, ma non li prepara alla vita reale. Troppa protezione genera fragilità. Troppa offerta annulla il desiderio.

Quando tutto è disponibile subito, la libertà si confonde con il consumo. Ma Crepet lo dice chiaramente: la libertà non è scegliere tra opzioni già decise da altri. È crearne di nuove.

Questo concetto si collega anche a ricerche psicologiche sul cosiddetto “paradosso della scelta”: troppe possibilità possono aumentare ansia e insoddisfazione, perché rendono difficile assumersi la responsabilità di una decisione autentica.

Disobbedire, allora, diventa un modo per rientrare in contatto con sé stessi.

Cosa possiamo fare, concretamente

Le parole di Crepet non devono restare belle citazioni da condividere sui social. Sarebbe ironico. Possiamo applicarle così:

  • In famiglia: lasciare ai figli il diritto di dissentire, di discutere, di non essere perfetti.
  • A scuola: premiare il pensiero critico, non solo la ripetizione.
  • Nella vita quotidiana: scegliere esperienze che costruiscono identità, non solo consenso.

Un ragazzo che disobbedisce in modo consapevole è un ragazzo che pensa. E un giovane che pensa è un adulto che non si lascia manipolare.

Disobbedire per restare vivi

La frase di Crepet è potente perché mette insieme tre parole scomode: isolamento, disobbedienza, libertà.

Se siamo più isolati che soli, allora non basta riempire il tempo. Dobbiamo riempire il senso. Se la libertà non è un menù, allora smettiamo di lamentarci del piatto e iniziamo a cucinare.

Disobbedire non significa distruggere. Significa costruire qualcosa che prima non c’era: un pensiero originale, un sogno autentico, una vita non prefabbricata.

E forse, in un’epoca di giovani iperconnessi ma fragili, il vero atto rivoluzionario è insegnare loro questo: non adattarti per sopravvivere, pensa per vivere.

Chi è Paolo Crepet

Paolo Crepet è uno psichiatra, sociologo, educatore e scrittore italiano tra i più noti nel dibattito pubblico contemporaneo sui temi dell’educazione, del disagio giovanile e delle trasformazioni sociali.

Nel corso della sua carriera ha lavorato in ambito clinico e accademico, occupandosi di salute mentale e dinamiche familiari, ed è autore di numerosi saggi dedicati al rapporto tra genitori e figli, alla fragilità emotiva delle nuove generazioni e alla necessità di recuperare il valore del limite, del desiderio e della responsabilità.

Le sue posizioni, spesso controcorrente, hanno il merito di riaprire un dibattito urgente: come evitare che i nostri giovani, pur avendo tutto, finiscano per sentirsi vuoti. E la sua risposta, semplice e scomoda insieme, resta lì a interrogarci: forse non dobbiamo proteggerli di più. Forse dobbiamo insegnare loro a disobbedire meglio.

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