“Lessico famigliare”: perché le frasi di casa nostra ci tengono uniti per tutta la vita, secondo Natalia Ginzburg

In ogni famiglia esiste una lingua segreta. Non è fatta di parole inventate, ma di parole usurate, di frasi ripetute tante volte da aver perso il senso letterale e acquisito qualcosa di più resistente: un’appartenenza. Natalia Ginzburg la chiamò “lessico famigliare”, e nel 1963 scrisse un romanzo autobiografico con quel titolo che vinse il Premio Strega e che, a distanza di più di sessant’anni, continua a essere uno dei libri italiani più amati, proprio perché chiunque lo legge vi riconosce la propria famiglia.

frasi di casa nostra ci tengono uniti

Cosa intende Ginzburg con “lessico famigliare”

“Le parole che la mia famiglia usava, io non le trovo nelle altre famiglie. Quelle parole sono il nostro dialetto familiare, e ci ricordano la nostra infanzia e la nostra giovinezza, legate a quelle parole, e scomparse per sempre.” – Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, 1963

Il titolo del romanzo è già una definizione. Il lessico famigliare non è il vocabolario condiviso da una comunità intera – una città, una regione, una nazione – ma quello che appartiene soltanto a quella famiglia, costruito nel tempo con detriti di conversazioni, frasi sentite per caso, citazioni deformate, soprannomi, modi di dire che hanno una storia precisa ma che nessuno fuori da quelle mura capirebbe del tutto.

Nella famiglia Levi – il padre Giuseppe era un noto anatomista torinese, la madre Lidia una donna di carattere formidabile – questo lessico era particolarmente ricco e stratificato. Natalia Ginzburg ricostruisce nel romanzo una lingua domestica fatta di riferimenti fissi, di frasi che tornavano sempre uguali a se stesse, di formule che il padre ripeteva con la stessa intensità ogni volta come se le dicesse per la prima volta.

Quello che Natalia Ginzburg descrive non è solo nostalgia. È qualcosa di più preciso: la lingua di famiglia come strumento di riconoscimento. Chi la parla appartiene; chi non la capisce, no. Ed è per questo che quelle parole, con il tempo, diventano qualcosa di più di parole: diventano il codice attraverso cui ci si riconosce tra consanguinei anche a distanza di anni, anche dopo lutti e separazioni, anche quando tutto il resto è cambiato.

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Le frasi del padre  e perché erano così importanti

Il padre di Natalia Ginzburg, Giuseppe Levi, era una presenza dominante nella vita della famiglia: esuberante, autoritario, generoso e capace di umori bruschi che spaventavano i figli e affascinavano al tempo stesso. Le sue frasi erano sentenze, e nella casa si tramandavano come proverbi di casa.

“Non fate malagrazie” era uno dei suoi rimbrotti preferiti: si rivolgeva ai figli quando si comportavano in modo goffo, gretto, maleducato con gli ospiti o con le persone. Non era una questione di galateo: era una questione di carattere, di generosità, di non fare la figura degli avari di spirito. La frase era così caratteristica che nella famiglia Levi era diventata quasi un metro morale, un modo sintetico per indicare una categoria intera di comportamenti da evitare.

“Sbrodeghezzi” era un’altra delle sue parole: un termine che indicava, con un certo disprezzo bonario, le cose fatte male, approssimative, sciatte: lavori a metà, soluzioni raffazzonate, qualsiasi cosa che tradisse pigrizia o superficialità. Non era una parola di vocabolario: era una parola della famiglia, inventata o adottata chissà quando, che aveva acquisito un peso specifico tutto suo.

Ci sono poi i giudizi perentori che il padre esprimeva sulle persone: “quello è un filisteo”, “quella è una stupida”, e le citazioni in tedesco o in ebraico che tirava fuori nei momenti più inaspettati, spesso come chiusa di un ragionamento, come se la lingua straniera aggiungesse un’autorità che l’italiano non bastava a dare. E i nomi che aveva per le cose: le scarpe erano “le pianelle”, certi vestiti “i gingilli”, le cose frivole e inutili “le patacche”. Chi legge il romanzo e ha un padre simile – burbero, affettuoso, ricco di tic linguistici propri – riconosce qualcosa che non ha mai saputo nominare.

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Perché quella lingua sopravvive a tutto

Natalia Ginzburg scrive Lessico famigliare negli anni Sessanta, dopo aver attraversato la guerra, la Resistenza, la morte del primo marito Leone Ginzburg (ucciso dai nazisti nel 1944), la perdita di amici e fratelli. Il libro è ambientato nell’arco di trent’anni di storia italiana – dal fascismo alla Resistenza alla ricostruzione – ma al centro non c’è la storia grande: c’è la storia piccola della famiglia, con le sue frasi, i suoi riti, i suoi personaggi ricorrenti.

La scelta non è casuale. La Ginzburg capiva qualcosa di importante: che il modo in cui sopravviviamo ai traumi e alle perdite è anche linguistico. Finché parliamo la stessa lingua di chi non c’è più – finché ripetiamo “non fate malagrazie” con l’intonazione giusta, finché chiamiamo le cose con i nomi che usavamo insieme – quella persona in qualche modo rimane presente. Il lessico famigliare è una forma di memoria involontaria: non la cerchiamo, ma ci trova, ogni volta che pronunciamo una delle sue parole senza quasi accorgercene.

È anche per questo che il romanzo ha una struttura così particolare: è scritto in modo da sembrare un diario, un memoir, quasi un catalogo di aneddoti senza una trama dichiarata. Natalia Ginzburg sapeva che la trama di una famiglia non è una storia con un inizio e una fine: è una serie di frasi che si ripetono, con variazioni minime, per tutta la vita.

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Qual è la frase della tua famiglia che non hai mai dimenticato?

Ogni famiglia ha il suo lessico. Un soprannome che nessuno capisce fuori casa. Una frase che il nonno ripeteva sempre. Un modo di chiamare le cose che fa ridere solo voi. Un rimbrotto che i figli hanno imparato a memoria ancor prima di capirne il significato.

Natalia Ginzburg ha avuto il coraggio di scrivere il suo: di fare di quelle frasi domestiche e apparentemente minori la materia di un romanzo che ha vinto il Premio Strega e che ancora si legge. Ha dimostrato che quelle parole, che sembrano troppo piccole e troppo private per meritare attenzione, sono in realtà alcune delle più cariche di storia che abbiamo.

Qual è la frase della tua famiglia che non hai mai dimenticato? Quella che, quando la senti ancora, ti riporta in un posto preciso: una cucina, una domenica, una voce che non c’è più? I lessici familiari sono la prova che ogni famiglia ha la sua lingua, e che quella lingua vale la pena di essere salvata.

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