Crepet e Recalcati ci spiegano come affrontare il vuoto che arriva quando i figli diventano grandi e si allontanano

Paolo Crepet e Massimo Recalcati sono due delle voci più lucide e scomode del panorama culturale italiano. Il primo, psichiatra e saggista, parla con una franchezza che a volte spaventa. Il secondo, psicanalista lacaniano, porta il pensiero dentro le ferite della vita familiare. Entrambi hanno riflettuto su uno dei passaggi più silenziosi e devastanti dell’esistenza genitoriale: il momento in cui i figli se ne vanno davvero, e in casa resta solo il rumore di quello che non c’è più.

quando i figli diventano grandi

Perché le parole di Crepet e Recalcati fanno così male

C’è una perdita che nessuno ci prepara ad affrontare. Non è la morte, non è il divorzio, non è un fallimento professionale. È qualcosa di molto più sottile e, per questo, molto più difficile da nominare: il vuoto che si apre in casa quando i figli crescono e costruiscono altrove la loro vita. È un vuoto fatto di silenzio alle sette di sera, di una stanza che non è più disordinata, di una voce che non chiama da qualche parte della casa.

I genitori che attraversano questa soglia spesso non trovano le parole giuste. Qualcuno lo chiama “nido vuoto”, un’espressione che ha il difetto di essere troppo ordinata per descrivere qualcosa che, dentro, somiglia più a un paesaggio dopo la tempesta. Qualcuno lo minimizza: “È normale, è giusto così.” E sì, è giusto. Ma giusto non vuol dire indolore.

È qui che Crepet e Recalcati diventano necessari. Non per consolare, ma per aiutarci a guardare in faccia quello che proviamo senza vergognarcene e, soprattutto, senza restare bloccati in esso. Le loro parole non leniscono: aprono. E qualche volta aprire è l’unico modo per ricominciare a respirare.

Il figlio che porta via il senso

“Il figlio non è la nostra opera, è un altro da noi. E quando se ne va, dobbiamo reimparare a essere qualcuno senza di lui.” (Massimo Recalcati)

Recalcati ha dedicato pagine bellissime al rapporto tra genitori e figli, e in questa frase tocca forse il punto più vulnerabile di tutti: l’identità. Per molti genitori – soprattutto per chi ha fatto del ruolo genitoriale il centro della propria esistenza – il distacco di un figlio non è solo una perdita affettiva. È una perdita di sé.

Chi sono io, adesso che non sono più “la mamma di”? Chi sono io quando la mia giornata non è più strutturata attorno ai bisogni di un altro? Queste domande non sono banali. Sono domande che toccano il nucleo di come ci siamo costruiti negli anni, spesso senza accorgercene, spesso rinunciando a parti di noi in nome di un ruolo che ci sembrava sufficiente.

Recalcati non offre risposte rassicuranti. Dice, con la precisione che gli appartiene, che bisogna reimparare. Reimparare a essere qualcuno. È un lavoro lungo, a volte spaventoso, che passa dalla capacità di ritrovare desideri propri, interessi sopiti, relazioni trascurate. Il vuoto lasciato dai figli può essere, se lo si guarda senza fuggirlo, anche uno spazio nuovo. Non uguale a quello che c’era prima. Ma nuovo, e tutto da riempire.

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L’amore che sa lasciare andare

“Amare un figlio significa anche saper sopportare di non essere amati abbastanza.” (Paolo Crepet)

Crepet ha costruito una parte importante del suo pensiero attorno a un paradosso che molti genitori faticano ad accettare: amare davvero un figlio richiede la disponibilità a essere, a un certo punto, messi da parte. Non ignorati: messi da parte. C’è una differenza enorme tra le due cose, ed è proprio in quella differenza che si gioca la maturità affettiva di un genitore.

Quando un figlio prende distanza, quando telefona meno, quando smette di raccontare ogni cosa, non è necessariamente un atto di ingratitudine. È, nella maggior parte dei casi, l’esercizio naturale della separazione: quel lavoro psicologico che i figli devono fare per diventare se stessi. Un lavoro che li porta lontano, almeno per un tempo. E che li porta, spesso, verso persone e mondi che i genitori non conoscono.

L’amaro di quella frase sta nel fatto che chiede qualcosa di raramente insegnato: la capacità di amare senza trattenere. Di desiderare il bene di qualcuno anche quando quel bene lo porta via da noi. I genitori che riescono in questo non smettono di soffrire. Semplicemente smettono di rendere la propria sofferenza un peso per i figli.

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