Frankenstein nacque da una sfida tra amici in un’estate senza sole: la storia vera di Mary Shelley, 18 anni

Era l’estate del 1816, ma il sole non arrivava. Il cielo sul lago di Ginevra era permanentemente coperto da nuvole cariche di cenere vulcanica che un’eruzione dall’altra parte del mondo aveva spinto nell’atmosfera. Lord Byron aveva affittato la Villa Diodati sulle rive del lago. Mary Godwin aveva diciotto anni, era lì con Percy Shelley e non era ancora sua moglie. Una sera di giugno, annoiati dalla pioggia e dal freddo fuori stagione, Byron lanciò una sfida: ognuno doveva scrivere una storia di fantasmi. Da quella sfida nacque uno dei romanzi più influenti della storia della letteratura.

Frankenstein

L’estate senza sole e la Villa Diodati

L’eruzione del vulcano Tambora, nell’attuale Indonesia, era avvenuta nell’aprile del 1815. Era stata una delle eruzioni più potenti degli ultimi millenni: aveva proiettato nell’atmosfera una quantità tale di cenere e anidride solforosa da modificare il clima dell’intero emisfero settentrionale. L’estate del 1816 divenne nota come “l’anno senza estate”: temperature insolitamente basse, piogge continue, raccolti distrutti, carestie in Europa e in America del Nord. Nella sola Svizzera, l’estate fu così fredda e piovosa da costringere le persone a restare chiuse in casa per settimane.

Questo è il contesto in cui Mary Godwin – che prenderà il nome di Mary Shelley dopo il matrimonio con Percy, nel dicembre dello stesso anno – si trovò bloccata nella villa sul lago insieme a Percy, a Lord Byron, al medico personale di Byron John Polidori e alla sorellastra Claire Clairmont. Il gruppo si intratteneva leggendo ad alta voce racconti di fantasmi tedeschi in traduzione francese, nella raccolta Fantasmagoriana. Fu in quelle serate che Byron propose la sfida.

Leggi anche: La vera storia della Lettera al padre di Franz Kafka: una storia comune a chi ha un rapporto difficile col padre

La sfida e il sogno

Tutti iniziarono a scrivere qualcosa. Polidori avrebbe poi completato Il vampiro (1819), uno dei primissimi romanzi del genere, che avrebbe influenzato Bram Stoker decenni dopo. Byron abbozzò un frammento che non terminò mai. Percy Shelley aveva idee, ma non le sviluppò.

Mary, la più giovane del gruppo, non trovava nulla. Per giorni rimase bloccata, ascoltando le conversazioni degli altri senza riuscire a elaborare un’idea propria. Le serate erano animate da discussioni filosofiche e scientifiche: si parlava di galvanismo, degli esperimenti di Luigi Galvani sulla contrazione muscolare prodotta dall’elettricità, della possibilità teorica di rianimare la materia inerte. Erano discorsi tipici di quella stagione intellettuale: la scienza sembrava sul punto di rivelare segreti che fino a poco prima appartenevano alla metafisica.

Fu di notte, racconta Mary stessa nella prefazione all’edizione del 1831 di Frankenstein, che arrivò l’immagine. Stava nel letto, sveglia ma in uno stato di dormiveglia, quando vide la scena con una chiarezza che la colpì come una visione: uno studioso di scienze pallidissimo, inginocchiato davanti alla creatura che aveva assemblato, che guardava la cosa orribile che aveva fatto prendere vita. Quella notte stessa iniziò a scrivere.

Leggi anche: 800 anni dopo San Francesco: la storia vera del Cantico delle creature e perché oggi ci insegna a vivere con meno

Come nacque il romanzo

“Avevo trovato quello che tanto temevo: ciò che spaventa lo scrittore, ciò che spaventa il filosofo, il soprannaturale.”

Mary capì immediatamente che la storia non era una storia di fantasmi nel senso tradizionale: era qualcosa di più radicale. Non era uno spettro che tornava dall’aldilà, ma un uomo che assumeva il potere di creare la vita, e le conseguenze di quell’atto.

Il romanzo che scrisse nei mesi successivi – iniziando in Svizzera e continuando in Inghilterra – fu pubblicato nel gennaio del 1818, quando Mary aveva vent’anni. Uscì anonimo, con una prefazione di Percy Shelley, e molti lettori e critici dell’epoca lo attribuirono a lui. Solo nella seconda edizione del 1823 il nome di Mary Wollstonecraft Shelley comparve come autrice.

Frankenstein, o il moderno Prometeo – questo il titolo completo – è costruito come una serie di lettere e racconti incastrati l’uno nell’altro. Il dottor Victor Frankenstein racconta la sua storia a un esploratore artico che l’ha trovato morente sui ghiacci; Victor a sua volta riporta il lungo monologo della creatura, che ha una voce, una coscienza e argomenta la propria disperazione con una precisione filosofica che nessun mostro della letteratura precedente aveva mai avuto.

Perché quel romanzo continua a essere necessario

Mary Shelley a diciotto anni stava già facendo quello che la letteratura fa nei suoi momenti migliori: trasformare le domande della propria epoca in una storia che sopravvive all’epoca stessa. Le domande del 1816 erano quelle della prima rivoluzione industriale: fino a dove può spingersi la scienza? Chi è responsabile delle conseguenze di una scoperta? Cosa si deve alla creatura che si è portato al mondo?

Quelle domande non si sono chiuse. Ogni generazione le riapre con i materiali del proprio tempo: la genetica, l’intelligenza artificiale, la bioetica. Il dottor Frankenstein che abbandona la propria creatura dopo averla creata è diventato un archetipo così potente che il nome del dottore è scivolato sul mostro: nella cultura popolare, “Frankenstein” è la creatura, non il creatore. Ma nel romanzo è il contrario: il mostro è senza nome, e ha tutto il peso della domanda irrisolta: chi deve rispondere di me?

Mary Shelley scrisse tutto questo a diciotto anni, in un’estate senza sole, bloccata dalla pioggia in una villa sul lago di Ginevra, per rispondere a una sfida che nessuno degli altri riuscì a portare a termine. Vale la pena ricordarlo ogni volta che si pensa che certe idee arrivino solo con l’età o con le condizioni giuste. A volte arrivano di notte, in un dormiveglia, in mezzo a un’estate che non sembra un’estate, e cambiano tutto.

Leggi anche: “Signora Longari, mi è caduta sull’uccello!” Ma Mike Bongiorno non ha mai fatto questa gaffe: la vera storia