C’è chi pensa che proteggere significhi impedire. Che tenere i figli al sicuro significhi tenerli fermi, lontani dal rischio, lontani dall’incertezza, lontani da qualsiasi direzione che non sia stata preventivamente approvata e ritenuta sicura dal genitore. Che il compito fondamentale di un genitore sia preservare il figlio dal rischio, incluso il rischio di sbagliare, di fallire, di prendere strade che sembrano difficili, di andare in una direzione che il genitore non avrebbe scelto per sé. Paolo Crepet usa per descrivere questo atteggiamento educativo una metafora brutale e deliberatamente provocatoria.

Il piombo sulle ali dei figli
“Se un genitore mette il piombo sulle ali dei figli è un assassino! Perché si può ammazzare una persona con una coltellata oppure in cinquant’anni: è lo stesso atto, è la stessa protervia, è la stessa cecità.”
L’equivalenza che Crepet istituisce è radicale e volutamente scomoda, costruita per colpire: uccidere in un istante con violenza fisica o uccidere lentamente, sistematicamente, nel corso di decenni di piccole limitazioni accumulate e di grandi impedimenti non dichiarati.
Il risultato, dice, è lo stesso: una vita che non si è dispiegata nella sua forma più propria, una persona che non è arrivata a essere quella che avrebbe potuto e voluto essere. La coltellata è visibile, fa sangue, è riconoscibile come violenza. Il piombo sulle ali è invisibile, non fa sangue, ed è spesso fatto con le migliori intenzioni del mondo, con il nome dell’amore sulla bocca. Ed è esattamente per questo che è molto più difficile da riconoscere e quasi impossibile da fermare.
Questa metafora mi ha raggiunta in modo molto preciso. Ho visto – nelle storie che mi vengono raccontate, nei libri che scrivo – quante persone adulte portano ancora il peso di ciò che gli è stato impedito da bambini. Non con violenza esplicita, ma con quella forma sottile di soffocamento che Crepet chiama piombo.
Il ragazzo con l’ambizione “patologica”
“Un ragazzo di 18 anni un giorno mi chiese se l’ambizione fosse una patologia, perché a casa sua l’avevano definita così. Io gli risposi che avrebbe dovuto fare subito lo zaino e scappare il più lontano possibile, perché casa sua lo stava uccidendo.”
Questa storia concreta e molto precisa dice qualcosa di importante sul meccanismo psicologico che Crepet sta descrivendo. L’ambizione – il desiderio di costruire qualcosa, di creare, di andare oltre quello che esiste già, di immaginare un futuro diverso da quello che ci circonda – viene patologizzata da una famiglia che non sa come gestirla o che la percepisce come minaccia al proprio equilibrio.
Il figlio, cresciuto dentro quel sistema di giudizio, ha così profondamente interiorizzato la valutazione della famiglia da non essere più in grado di distinguere se l’ambizione sia una sua qualità o un suo problema. Arriva da uno psichiatra a chiedergli se stia male. Crepet risponde con una chiarezza che non lascia spazio all’equivoco, alla sfumatura diplomatica, al rispetto per le dinamiche familiari in quanto tali: non è il ragazzo che è malato.
Ragazzi, salvatevi
“Ragazzi, salvatevi. Con i vostri sogni, con le vostre passioni.”
L’imperativo finale non è rivolto ai genitori: è rivolto direttamente ai figli, saltando completamente il livello intermedio degli adulti che avrebbero dovuto fare diversamente. Perché ci sono situazioni in cui aspettare che i genitori capiscano e cambino è aspettare qualcosa che non arriverà in tempo utile. E in quelle situazioni specifiche, la cosa più sana e più necessaria è fare lo zaino – metaforicamente o letteralmente, secondo le possibilità di ognuno – e andare nella direzione che si sente propria, con i propri sogni e le proprie passioni come unica bussola disponibile.
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