“I politici e i pannolini vanno cambiati di frequente, e per lo stesso motivo”: una citazione di Mark Twain

Ci sono frasi che fanno ridere e contemporaneamente fanno incavolare, perché dicono qualcosa di vero che si vorrebbe non fosse così vero, con una precisione che non lascia scuse e non lascia margine per il “ma dipende”. Questa è perfettamente in quella categoria, e il fatto che circoli ancora dopo più di un secolo dice qualcosa sulla solidità di quello che descrive. Mark Twain aveva il dono molto specifico di dire in poche parole precise quello che i discorsi politici non riescono a dire in pagine.

citazione di Mark Twain

Politici e pannolini che vanno cambiati spesso

“I politici e i pannolini vanno cambiati di frequente, e per lo stesso motivo.”

La struttura è quella dell’aforisma perfetto: l’accostamento inatteso, la comparazione che fa ridere e poi fa pensare, la conclusione che non ha bisogno di essere spiegata perché è già dentro la premessa. Pannolini e politici. Due categorie apparentemente lontanissime, accomunate da un unico criterio di valutazione: il contenuto.

L’accostamento come critica

Marc Twain non stava insultando i politici in modo generico e volgare. Stava usando l’analogia del pannolino con la precisione tipica del suo humour migliore per descrivere un ciclo molto specifico e molto riconoscibile: l’utilità iniziale del prodotto che svolge la sua funzione, l’accumulo progressivo e inevitabile di qualcosa di sgradevole che ne compromette l’efficacia, e la necessità di sostituzione regolare e periodica per mantenere le cose funzionanti nel modo in cui dovrebbero.

Il pannolino sporco non si tiene per affetto verso il pannolino, non si tiene per abitudine o per paura del cambiamento: si sostituisce, perché tenere un pannolino sporco troppo a lungo produce conseguenze concrete e sgradevoli per tutti i coinvolti.

Marc Twain suggerisce con una semplicità provocatoria che lo stesso principio razionale di manutenzione periodica dovrebbe applicarsi al potere politico con altrettanta regolarità e altrettanta fermezza.

Non ho mai trovato una frase che sintetizzi così bene la mia sensazione quando guardo certe dinamiche politiche: la stanchezza per le stesse facce sempre presenti, per le stesse promesse che si ripetono, per lo stesso accumulo di qualcosa che non funziona più. Marc Twain l’ha scritto nell’Ottocento e sembra scritta ieri.

Un’ironia che dura

Il fatto che questa frase sia ancora citata con soddisfazione – e ancora immediatamente riconoscibile nella sua pertinenza – più di un secolo dopo che Marc Twain l’ha scritta, dice qualcosa di molto significativo sulla costanza e sulla persistenza del fenomeno che descrive attraverso i decenni e i cambiamenti di sistema.

Non è una critica a un sistema politico specifico, a un partito determinato, a un’epoca storica particolare: è una critica alla tendenza umana generale e trasversale di lasciare le cose in carica più a lungo del necessario, per inerzia cognitiva, per abitudine al familiare, per paura del cambiamento che porta qualcosa di sconosciuto.

La politica come responsabilità

C’è anche un lato meno immediatamente comico e più politicamente serio da leggere in questa frase, se si va un po’ oltre la risata iniziale: se i politici vanno cambiati di frequente, la responsabilità di cambiarli è di chi ha il potere di farlo, ovvero di chi vota, di chi partecipa, di chi decide se agire o aspettare che le cose si sistemino da sole.

L’ironia di Marc Twain non assolve nessuno dalla propria parte di responsabilità nella storia: chi lascia i pannolini sporchi troppo a lungo non è una vittima del pannolino:  è qualcuno che ha avuto la possibilità di cambiarlo e ha scelto di non farlo, per inerzia o per comodità.

Mark Twain è stato uno scrittore americano, nome d’arte di Samuel Langhorne Clemens, autore di Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, quest’ultimo considerato uno dei romanzi più importanti della letteratura americana. Giornalista, saggista, umorista, conferenziere ricercatissimo, una delle voci più acute, più coraggiose e più irriverenti della cultura americana dell’Ottocento, aveva vissuto abbastanza da aver perso ogni illusione sul potere e sulla politica, e  aveva trasformato quella mancanza di illusioni in uno strumento di critica sociale di straordinaria efficacia.

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