Paolo Crepet ha uno stile inconfondibile che non lascia mai indifferenti: ti smonta le certezze, ti provoca con la scelta deliberata di parole scomode, e nel momento in cui pensi di essere arrabbiato con lui, ti accorgi che stavi aspettando che qualcuno ti dicesse esattamente quella cosa. Questa frase sui sogni come terapia è uno degli esempi più perfetti di quello stile. Sembra una semplice provocazione contro la psicoterapia, e invece è una delle cose più serie e più urgenti che Crepet abbia mai detto su come le persone si curano e non si curano.

La terapia sono i nostri sogni
“Non avete bisogno di terapia. La terapia sono i vostri sogni. Curatevi coi vostri sogni. Ne avete? Sognate di far che cosa? E allora prendete un treno domani mattina alle sei. Andate dove diavolo vi pare! Fate qualcosa!”
Crepet non sta attaccando la psicoterapia in senso generale, lo chiarisce lui stesso in altre sedi, quando dice che la terapia può essere necessaria. Qui sta attaccando qualcosa di diverso e di più specifico: la tendenza a delegare completamente la propria guarigione a qualcun altro invece di mettere in moto qualcosa di proprio, di personale, di irripetibile.
La terapia vera, quella che cambia davvero le cose nel lungo termine, è quella che parte da dentro, dai sogni, dai desideri, dalle cose che si vuole fare e che non si fa perché si aspettano condizioni migliori che non arrivano mai.
Il sogno come cura
Il sogno di cui parla Crepet non è la fantasia escapista che si costruisce per non fare niente: è la direzione. Quella cosa che ti viene in mente quando sei libero di pensare davvero, quella cosa che dici “vorrei”, sapendo già in anticipo che probabilmente non la farai mai. Crepet dice: quella è la tua medicina vera. Non la pillola che attenua il sintomo, non il divano dell’analista, non il libro di self-help. Quella cosa specifica che hai in mente e che continui a rimandare.
La differenza tra sognare e fare è esattamente il confine che Crepet sfida con l’immagine del treno. Non tra un mese quando le cose saranno sistemate. Non quando avrai finalmente le ferie. Non quando ti sentirai pronto. Domani mattina. Alle sei. L’urgenza è deliberata e provocatoria: non c’è mai il momento giusto, e aspettarlo è la scusa più elegante per non muoversi. Quindi il momento – per definizione – è adesso.
“Fate qualcosa!”
Questo imperativo finale è il cuore di tutto. Crepet non dice cosa fare: dice di fare. Qualsiasi cosa, purché sia mossa da un desiderio autentico e non dall’inerzia. La stasi – il restare fermi in attesa che qualcosa cambi dall’esterno, in attesa che qualcuno ti curi, in attesa che le condizioni migliorino – è il vero problema. Non ciò che ti è capitato.
La psicologia dell’azione – il concetto di “agentività” sviluppato e misurato da Albert Bandura – mostra che il senso di efficacia personale cresce con ogni azione intrapresa, anche piccola. Non il successo finale dell’azione, ma l’azione stessa, il fatto di essersi mossi. Alzarsi, scegliere, muoversi in una direzione qualsiasi. Anche prendere un treno senza meta precisa.
La provocazione come cura
Crepet sa perfettamente che questa frase irrita chi non si sente pronto, chi è bloccato da qualcosa di reale, da un dolore vero, da una difficoltà concreta che non si risolve salendo su un treno. Non sta minimizzando quelle difficoltà, le conosce bene, è lo stesso che le prende sul serio da decenni. Sta dicendo qualcosa di diverso: che aspettare passivamente di essere curati, di essere pronti, di avere le condizioni giuste, è esattamente la cosa che perpetua il blocco.
Il movimento, anche goffo, anche sbagliato nella destinazione, anche incerto nel risultato, cura più dell’immobilità curata e supervisionata. Non perché il movimento sia sempre la soluzione, ma perché il fare, il scegliere, il muoversi verso qualcosa di proprio riattiva qualcosa che l’attesa disattiva.
Domani mattina alle sei. Il treno parte con o senza di te.
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