C’è un’idea molto diffusa sulla direzione in cui si esce dalla depressione o da qualsiasi periodo di caduta profonda e di disconnessione da se stessi: si eliminano le parti cattive, si lavora sulla negatività, si cerca di sostituire i pensieri oscuri con pensieri più luminosi, si sale verso qualcosa di più positivo. La direzione è verso l’alto, verso la luce, lontano dal buio. Massimo Recalcati dice qualcosa di radicalmente diverso da questo schema e forse più difficile da accettare nell’immediato.

Fare amicizia con la propria merda
“Per riuscire a sollevarsi dalla depressione e dalla caduta fuori dal mondo, dall’isolamento, dall’odio per se stessi, bisogna fare amicizia con la propria merda.”
L’espressione è volutamente brutale nella sua formulazione diretta, e quella brutalità non è irriverenza o provocazione gratuita, ma è funzionale al messaggio. Non “accettare le proprie ombre” come si direbbe in un linguaggio più morbido, non “integrare le parti difficili” come recita un certo vocabolario terapeutico, ma fare amicizia con la propria merda. Con la parola più grezza possibile per indicare qualcosa di preciso: quello che si rifiuta di sé in modo viscerale, quello che si nasconde agli altri e spesso anche a se stessi, quello che si spera nessuno veda mai, quello di cui ci si vergogna in modo profondo e irrazionale.
Fare amicizia non significa amarla, né celebrarla, né dichiarare che in realtà era bella. Significa smettere di combatterla come se fosse un nemico esterno che può essere eliminato, perché quello che si combatte con tanta energia è parte di sé, e la guerra interna è tra le forme più efficaci e più costose di autodistruzione.
Recalcati dice che la direzione è scendere, non salire. Avvicinarsi a quello che fa schifo, non allontanarsene il più velocemente possibile.
Riconoscere il proprio peggio
“Bisogna riconoscere il proprio peggio. Bisogna prendere contatto con le parti più orribili, più disgustose, con le parti peggiori di se stessi, quello che si rifiuta di sé, e che invece può essere una grande opportunità.”
L'”opportunità” è la parola più sorprendente, più inaspettata e più difficile da digerire di tutta la riflessione di Recalcati. Non una punizione da sopportare in silenzio, non un peso inutile da portare indefinitamente: un’opportunità.
Il proprio peggio non come rifiuto da smaltire, ma come possibilità da esplorare. Come materiale grezzo – grezzo davvero, non metaforicamente – con cui si può fare qualcosa di reale e di vivo, invece di tenerlo come rifiuto nascosto in un posto segreto che si spera non si trovi mai.
Quella trasformazione – dal rifiuto vergognoso all’opportunità di crescita – non avviene automaticamente e non avviene senza una quantità seria di dolore. Ma la direzione è quella: verso il basso e verso dentro, non in alto e lontano.
Dal letame nascono i fiori
“Fabrizio De André ci dice che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’.”
Recalcati cita Fabrizio De André non come ornamento poetico finale o come chiusura suggestiva, ma come formulazione clinica molto precisa di quello che ha detto nelle due frasi precedenti.
I diamanti sono tutto quello che brilla, tutto quello che si mette in mostra con orgoglio, tutto quello che si dichiara di essere. Il letame è quello che si nasconde con vergogna, che si teme di mostrare, che si rifiuta di sé. E i fiori – la crescita reale, la bellezza autentica, la vita psichica che vale davvero – nascono da lì. Non dai diamanti lucidati. Dal letame.
Leggi anche: Recalcati: la felicità permanente non esiste, ma esistono attimi di luce e di splendore nella polvere, cerca quelli