La scena è tornata sul grande schermo con il nuovo film francese di Fred Cavayé, con Vincent Lindon nei panni di Jean Valjean, uscito in Francia il 14 ottobre 2026. Per l’uscita italiana non è ancora stata comunicata una data ufficiale. Ma la storia che racconta ha quasi duecento anni, e non ha bisogno di un cinema per essere letta: quella notte in cui un vescovo anziano mente alla gendarmeria per salvare un ex galeotto che lo aveva appena derubato è uno dei momenti più potenti della letteratura mondiale. E dice qualcosa sul perdono che vale la pena fermarsi a capire.

La scena: il vescovo Myriel e i candelabri d’argento
Nella prima parte del romanzo, libro II (La caduta), Jean Valjean arriva a Digne dopo la liberazione dal bagno penale. Nessuno lo vuole ospitare: è un ex galeotto, il passaporto giallo che porta con sé lo segnala a chiunque. Solo il vescovo Myriel gli apre la porta, gli dà da mangiare, lo fa dormire in una stanza con lenzuola pulite.
Quella notte, Valjean ruba l’argenteria del vescovo e fugge. Viene fermato dalla gendarmeria e riportato indietro. È in quel momento che accade qualcosa di inaspettato.
Nella traduzione italiana di Lydia Bramani Gauthier (Mondadori), il vescovo dice ai gendarmi:
“Ah! Eccovi! Sono contento di rivedervi. Ebbene, ma io vi avevo dato anche i candelabri, che sono d’argento come il resto, e di cui potreste benissimo ricavare duecento franchi. Perché non li avete presi insieme alle posate?”
Il vescovo non solo non lo denuncia: gli dona anche i candelabri che Valjean non aveva preso, e afferma che l’argenteria era un regalo. Davanti ai gendarmi che se ne vanno confusi, rimane solo con Valjean e aggiunge (I miserabili, Parte I, Libro II, capitolo XII):
“Jean Valjean, fratello mio, voi non appartenete più al male, ma al bene.”
Non una condanna. Non un’assoluzione moralistica. Una dichiarazione sul futuro: tu non sei più quello che eri. Anche se il furto ha avuto luogo. Anche se nessuno sa ancora se Valjean cambierà davvero.
Leggi anche:
Perché il perdono di Myriel è diverso da tutti gli altri
Il vescovo Myriel non fa finta che il furto non sia accaduto. Non mente a se stesso: sa benissimo cosa ha fatto Valjean. Non minimizza, non giustifica, non dice che in fondo era comprensibile date le circostanze.
Quello che fa è qualcosa di strutturalmente diverso: dà a Valjean una fiducia che non si è ancora guadagnata. Lo tratta come se fosse già la persona che potrebbe diventare, non come la persona che è stata fino a quel momento.
Questa è la specificità del perdono di Myriel, e quello che lo rende così potente nella storia: non è una risposta a un cambiamento già avvenuto, ma la condizione che rende possibile il cambiamento. Victor Hugo costruisce con cura questa sequenza causale: è perché il vescovo lo perdona che Valjean può cominciare a diventare qualcuno di diverso. Non il contrario.
Valjean lo capisce solo anni dopo, quando i candelabri d’argento che aveva portato via con sé – e che non ha venduto – diventano il simbolo di quella notte e di quello che è successo a lui da allora.
La lezione che il lettore può portare nella propria vita
Perdonare qualcuno che ci ha ferito è una delle cose più difficili che si possano fare. E una delle più fraintese. Prima di affrontarla, vale la pena distinguere tre cose che spesso si confondono:
- Perdonare non è giustificare. Il vescovo non dice che rubare era giusto, o che Valjean aveva le sue ragioni. Il perdono non cancella la valutazione morale dell’azione. Tiene insieme due cose che sembrano incompatibili: “quello che hai fatto era sbagliato” e “io non ti tratto come se tu fossi solo quello che hai fatto”.
- Perdonare è, prima di tutto, liberare se stessi. Chi non perdona non punisce l’altro: porta con sé il peso di quello che è accaduto. Il rancore tiene legati al passato, alla ferita, alla persona che ha ferito. Il perdono – questo è il paradosso – è spesso un atto che si fa prima di tutto per sé, non per l’altro.
- Perdonare non significa pretendere che l’altro cambi subito. Myriel non sa se Valjean cambierà. Lo tratta come se potesse farlo, ma non ha garanzie. Il perdono autentico non è condizionato al comportamento futuro dell’altro: è un atto unilaterale, che non dipende dalla risposta di chi lo riceve.
Queste tre distinzioni non rendono il perdono più facile. Ma lo rendono più preciso e quindi, paradossalmente, più praticabile. Non si tratta di dimenticare, di minimizzare, di essere ingenui. Si tratta di scegliere di non essere definiti da quello che ci è stato fatto.
Chi era Victor Hugo
Victor Hugo nacque a Besançon nel 1802 e morì a Parigi nel 1885. Fu romanziere, poeta, drammaturgo, politico: una delle figure centrali del Romanticismo francese e uno degli scrittori più letti in assoluto nella storia della letteratura europea. Esiliato da Napoleone III per le sue posizioni politiche, visse quasi vent’anni fuori dalla Francia – a Bruxelles, a Jersey, a Guernsey – e continuò a scrivere dall’esilio opere che cambiarono la coscienza del suo paese.
I miserabili fu pubblicato nel 1862. Hugo ci aveva lavorato per oltre vent’anni. È un romanzo enorme – millenovecentoquarantasette pagine nell’edizione originale – che racconta la storia di Jean Valjean, condannato a diciannove anni di lavori forzati per aver rubato un tozzo di pane, e della sua lenta, faticosa redenzione. È anche un libro sulla miseria sociale, sulla legge e la grazia, sulla possibilità che un essere umano cambi davvero.
Leggi anche: Come si impara a perdonare se stessi per un errore del passato? Ce lo spiegano Marco Aurelio e Brené Brown