Franco Battiato non aveva paura di dire cose scomode. Lo faceva con la stessa naturalezza con cui metteva insieme citazioni da Guénon e ritornelli pop. Questa sequenza sulla superficialità è una delle sue riflessioni più dure e più dirette. Non parla di pigrizia o di distrazione momentanea: parla di una modalità di vita che considera – senza giri di parole e senza attenuanti – un reato grave contro se stessi e contro l’esistenza.

1. I tre delitti
“Chi vive in modo superficiale commette diversi delitti.”
Battiato sceglie una parola precisa: delitti. Non errori, non limitazioni, non mancanze. Delitti, con il peso morale e legale che quella parola porta. E poi li elenca con la stessa precisione.
“Uno, che non è all’altezza dell’intelligenza della vita. Due, che una vita condotta con superficialità è meglio non viverla perché non significa niente. Tre, in fondo vuol dire che non sei degno dell’essere umano, e quindi peggio di così non si può.”
Tre livelli distinti e crescenti in gravità. Il primo riguarda l’intelligenza della vita, che è alta, che è complessa, che richiede attenzione e presenza per essere capita almeno in parte. Chi vive in superficie non la onora, e l’ignora.
Il secondo riguarda il senso. Senza profondità una vita non significa niente, il che è una forma sottile di non-esistenza: sei presente ma non sei lì davvero.
Il terzo – il più duro e il più radicale – riguarda la dignità: non essere all’altezza dell’essere umano, non essere degno di quello che sei. Peggio di così non si può.
2. La solitudine vera
“L’uomo è sempre solo, anche quando sta in compagnia con altri.”
Questa frase segue naturalmente dal ragionamento sulla superficialità e la completa da un’altra angolazione. Chi si distrae con il rumore degli altri non risolve la solitudine, la nasconde temporaneamente. Ma la solitudine torna, e torna sempre con più forza di prima perché il silenzio momentaneo l’ha amplificata.
Per Battiato la solitudine non era un problema da risolvere con la compagnia giusta o con il volume giusto della musica, era una condizione strutturale dell’esistenza umana da abitare e da esplorare. Non qualcosa da fuggire, ma da incontrare. Chi la evita sistematicamente – riempiendosi di stimoli, di rumore, di distrazioni – commette quella “vigliaccheria molto forte” di cui parla nella frase successiva.
3. La polvere sotto il tappeto
“Dimenticarsi di se stessi, ritrovandosi con musiche senza senso per dimenticare, è una vigliaccheria molto forte.”
L’immagine che Battiato usa è quella della polvere nascosta sotto il tappeto: concreta, domestica, riconoscibile. “Quella sotto c’è, non è che sparisce. Devi pulire.” Non si può pulire se non si guarda. Non si può guardare se si tiene il volume della musica abbastanza alto da non sentire niente altro.
Il lavoro interiore – fare i conti con la propria miserabilità, come la chiama lui senza eufemismi – non si può evitare indefinitamente. Si può rimandare all’infinito, si può coprire con strati successivi di distrazione, si può seppellire sotto la routine. Ma la polvere rimane esattamente dov’è. E il tappeto prima o poi si solleva, di solito nei momenti in cui meno lo si vuole, in cui non si è pronti, in cui non si sa cosa fare con quello che si trova sotto.
4. La pulizia necessaria
“La pulizia si fa come si deve.”
Non c’è via corta, non c’è tecnica rapida per aggirare il lavoro. Il lavoro su se stessi richiede il tempo che richiede, la profondità che richiede, il coraggio specifico che richiede in quel momento. Battiato non offre consolazioni, offre una sola direzione chiara. Pulire. Farlo come si deve. Anche quando fa male scoprire cosa c’è sotto il tappeto. Specialmente quando fa male.
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