Una frase di Crepet che ci fa accettare i nostri figli confusi e agitati: “Basta con l’ossessione della perfezione!”

Viviamo nell’epoca dei voti alti, dei bambini bilingue a tre anni, dei corsi di coding all’asilo e delle agende piene come quelle dei manager. In mezzo a tutto questo, Paolo Crepet arriva e butta giù il tavolo con una frase che fa discutere, irrita, divide, ma soprattutto costringe a pensare:

Basta con l’ossessione della perfezione. I bambini devono essere confusi e agitati. Vogliamo solo figli con un quoziente intellettivo sopra 100?”

Una frase che non consola, non addolcisce, non fa sconti. Ma che, proprio per questo, può diventare una bussola preziosa per genitori, educatori e adulti un po’ stanchi di inseguire modelli impossibili. Crepet non sta difendendo il caos fine a sé stesso, né l’assenza di regole. Sta mettendo in discussione un’idea pericolosa: che la perfezione sia un obiettivo educativo sano. Spoiler: non lo è.

frase di Crepet che ci fa accettare i nostri figli confusi e agitati

Chi è Paolo Crepet

Paolo Crepet è psichiatra, sociologo, scrittore e divulgatore. Da decenni si occupa di disagio giovanile, educazione, famiglia, scuola e trasformazioni sociali. Ha lavorato con adolescenti difficili, con famiglie in crisi, con istituzioni educative. Non parla per sentito dire: parla per esperienza clinica, osservazione e studio.

Nei suoi libri e interventi pubblici ha sempre mantenuto una linea coerente: difendere la complessità dell’essere umano contro la semplificazione, l’errore contro il mito della performance, la libertà contro il controllo ossessivo. Ed è proprio da questa autorevolezza che nasce la sua critica alla “perfezione educativa”.

Cosa intende Crepet quando parla di perfezione

Per Crepet, la perfezione non è una virtù. È una gabbia. È l’idea che un bambino debba essere sempre calmo, razionale, brillante, performante, educato, competente. In altre parole: prevedibile.

Quando dice “basta con l’ossessione della perfezione”, sta denunciando una deriva culturale: adulti che proiettano sui figli le proprie ansie, paure e ambizioni, trasformando l’infanzia in un percorso a ostacoli verso l’eccellenza. Il problema non è voler bene ai figli. Il problema è volerli “giusti” a tutti i costi.

Bambini confusi e agitati: il significato profondo

La parte più disturbante – e quindi più interessante – della frase è questa:

I bambini devono essere confusi e agitati.”

Crepet non sta glorificando il disagio. Sta ricordando una verità semplice: la crescita passa dal disordine. La confusione è il segno che un bambino sta esplorando, sperimentando, facendo domande. L’agitazione è energia emotiva, curiosità, bisogno di capire il mondo e se stessi.

Un bambino sempre tranquillo, sempre centrato, sempre “a posto” non è necessariamente un bambino sereno. Spesso è un bambino che ha imparato a non disturbare, a non deludere, a non sentire troppo.

Vogliamo solo figli con un QI sopra 100?

Qui Crepet affonda il colpo. Con questa domanda retorica smaschera un’ossessione moderna: ridurre il valore di una persona ai suoi risultati cognitivi. Come se l’intelligenza fosse solo un numero. Come se empatia, creatività, sensibilità, immaginazione e capacità di stare nel mondo fossero optional.

Numerosi studi di psicologia dello sviluppo mostrano che l’eccessiva pressione sulle prestazioni è associata a maggiore ansia, paura dell’errore e fragilità emotiva negli adolescenti. Al contrario, ambienti educativi che tollerano l’errore favoriscono resilienza, autonomia e motivazione interna.

La lezione per noi adulti

Il messaggio di Crepet è scomodo perché ci riguarda. Accettare figli confusi e agitati significa accettare anche la nostra imperfezione come genitori. Significa smettere di intervenire subito, correggere sempre, spiegare tutto. Significa lasciare spazio al dubbio, alla frustrazione, al fallimento.

In pratica, vuol dire:

  • non avere paura se tuo figlio cambia idea mille volte;
  • non correre a “sistemare” ogni sua emozione scomoda;
  • non trasformare ogni errore in una lezione morale.

Esempi concreti di imperfezione che educa

Un bambino che si annoia senza lo schermo impara a inventare.

Un adolescente che sbaglia scelta scolastica impara a conoscersi.

Un figlio che si arrabbia impara a dare un nome alle emozioni.

Crepet lo ripete spesso: crescere non è diventare perfetti, ma diventare autentici. E l’autenticità nasce dal confronto con il limite, non dalla sua rimozione.

Perché questa frase ci aiuta ad accettare i nostri figli

Accettare agitazione e confusione significa smettere di viverle come un fallimento educativo. Significa riconoscere che un figlio non è un progetto da ottimizzare, ma una persona in costruzione. E soprattutto significa educare alla libertà, non alla paura di sbagliare.

In un mondo che chiede prestazioni continue, Paolo Crepet ci ricorda una cosa semplice e rivoluzionaria: la perfezione non rende felici, la vitalità sì. E i bambini, per essere vivi, devono poter essere anche rumorosi, incerti, agitati. Proprio come la vita.

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