Una frase di Galimberti che ci spiega come rendere felici i propri figli: “Fategli immaginare un futuro possibile”

C’è una frase di Umberto Galimberti che dovrebbe essere incorniciata in tutte le cucine d’Italia, magari accanto al calendario e alla lista della spesa. Dice così:

In quell’età incerta in cui si oscilla tra gli entusiasmi più sfrenati e le depressioni più abissali, c’è soprattutto una tristezza culturale, nel senso che davanti a sé il futuro loro non lo vedono, e quindi mi viene a mancare la motivazione. I genitori e gli insegnanti devono mostrare ai giovani che immaginare un futuro è possibile.”

Non è una frase tenera. Non consola. Non accarezza. Ma centra il problema come poche altre. Galimberti, filosofo, psicoanalista, studioso del disagio giovanile e autore di saggi che hanno fatto discutere mezzo Paese, da anni ripete un concetto semplice e insieme spietato: il problema dei ragazzi non è solo psicologico, è culturale. E se è culturale, riguarda tutti noi.

frase di Galimberti che ci spiega come rendere felici i nostri figli

Umberto Galimberti: un filosofo che non fa sconti

Umberto Galimberti non è il classico intellettuale che parla difficile per il gusto di farlo. Certo, la sua formazione è solida, il pensiero è radicato nella filosofia e nella psicoanalisi, e nei suoi libri affronta temi come il nichilismo, la tecnica, il senso della vita. Ma quando parla di adolescenti, diventa sorprendentemente concreto.

Nei suoi interventi pubblici, nelle conferenze e nei saggi dedicati all’educazione, insiste su un punto: i giovani non sono “svogliati” per natura. Non sono “senza valori”. Non sono “viziati” come spesso li etichettiamo con leggerezza. Sono, piuttosto, smarriti. E lo sono perché non vedono un orizzonte.

Secondo lui viviamo in una società che ha tolto ai ragazzi la possibilità di immaginare un domani desiderabile. Se il futuro appare precario, instabile, incerto, allora anche lo studio, l’impegno, la fatica quotidiana perdono significato. Perché impegnarsi, se non sai per cosa?

La tristezza culturale: quando il futuro scompare

La frase citata è potente perché introduce un’espressione chiave: “tristezza culturale”. Non parla di depressione clinica. Non parla di malattia. Parla di un clima.

L’adolescenza è, per sua natura, un’età instabile. Si passa dagli entusiasmi più sfrenati alle depressioni più abissali nel giro di poche ore. O, per dirla in modo meno filosofico, si può essere euforici alle 15 e disperati alle 19 solo perché qualcuno non ha risposto a un messaggio.

Ma per Galimberti il vero problema non è l’altalena emotiva. È il fatto che, sotto quell’altalena, manca il terreno solido di un futuro immaginabile. Se un ragazzo non riesce a vedere se stesso tra cinque o dieci anni, se non riesce a figurarsi in un lavoro che lo appassiona, in una vita che lo soddisfa, allora la motivazione evapora.

E qui il filosofo è tagliente: la motivazione non è un interruttore che si accende con una predica. Non nasce dal “devi impegnarti”. Nasce dal senso. Se non c’è senso, non c’è energia.

Genitori e insegnanti: non controllori, ma costruttori di orizzonti

Nella frase citata c’è un passaggio che chiama direttamente in causa noi adulti: “I genitori e gli insegnanti devono mostrare ai giovani che immaginare un futuro è possibile.”

Non dice: devono controllarli di più. Non dice: devono punirli quando sbagliano. Non dice: devono riempirli di attività. Dice: devono mostrare che il futuro è immaginabile. È una differenza enorme.

Mostrare che il futuro è possibile significa raccontare esperienze, aprire scenari, far conoscere storie, offrire esempi concreti. Significa non limitarsi a chiedere “Che voto hai preso?”, ma chiedere “Che cosa ti piacerebbe fare davvero?”.

Molti genitori, in buona fede, concentrano l’attenzione sulle prestazioni. I voti, i risultati, la disciplina. Galimberti ci ricorda che, senza una visione, la prestazione è vuota. Un ragazzo può anche studiare per evitare una punizione, ma difficilmente troverà entusiasmo in qualcosa che non collega a un progetto di vita.

Motivazione e felicità: un legame più stretto di quanto pensiamo

La frase di Galimberti può aiutarci anche a capire come motivare i nostri figli in modo più profondo. Se la motivazione nasce dall’immaginazione di un futuro, allora il nostro compito non è creare pressione, ma creare possibilità.

Un adolescente che intravede una strada, anche imperfetta, anche ancora confusa, ha già una spinta interiore. Non serve dirgli ogni giorno che “il mondo è difficile”. Lo sa già. Serve aiutarlo a credere che, nonostante le difficoltà, può costruire qualcosa che lo renda felice.

La speranza della felicità, in questo senso, non è un’illusione. È una forza motivante. Se un ragazzo pensa che il suo futuro sarà solo precarietà e delusione, tenderà a vivere nel presente con disincanto, a volte con apatia. Se invece percepisce che può incidere sul proprio destino, che può sviluppare talenti, che può scegliere, allora l’impegno diventa più naturale.

E qui entra in gioco anche il nostro linguaggio. Se in casa si parla solo di crisi, di fallimenti, di “ai miei tempi era meglio”, il messaggio implicito è chiaro: non c’è spazio per sognare. Se invece riconosciamo le difficoltà ma lasciamo aperta la possibilità, offriamo ai ragazzi una base emotiva più solida.

Immaginare il futuro è un atto educativo

Forse la lezione più importante che possiamo trarre da questa riflessione è che l’educazione non è solo trasmissione di regole o di contenuti. È costruzione di immaginario.

Immaginare un futuro non significa fare promesse irrealistiche. Significa allenare i ragazzi a pensarsi nel mondo. A vedersi capaci. A tollerare l’incertezza senza esserne schiacciati.

Galimberti, con il suo stile diretto e a tratti severo, ci mette davanti a una responsabilità scomoda: se i giovani non vedono il futuro, non possiamo limitarci a criticarli. Dobbiamo chiederci che tipo di racconto del mondo stiamo offrendo loro.

E forse la motivazione dei nostri figli non dipende solo da quanto studiano o da quanto li controlliamo, ma da quanto riusciamo a far intravedere loro una strada verso la felicità. Non una felicità perfetta, ma una felicità possibile. Perché, come ci ricorda quella frase, senza futuro non c’è motivazione. E senza motivazione, l’entusiasmo si spegne. Ma con un orizzonte, anche lontano, può riaccendersi.

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