Una frase di Morelli che aiuta a rinascere dalla solitudine: “Il vuoto e il nulla possono aiutare a non sentirci soli”

La solitudine è una parola che spaventa. Sa di silenzi imbarazzanti, di stanze vuote, di domeniche pomeriggio che non passano mai. Eppure, per Raffaele Morelli, la solitudine non è una disgrazia da evitare a tutti i costi. È una porta. Un passaggio. A volte perfino una benedizione travestita da buio.

Morelli non parla mai della solitudine come di un difetto da correggere o di una patologia da curare. La descrive come una condizione naturale, quasi necessaria. E quando afferma:

Il buio, il vuoto, il nulla: sono metafore di una dimensione ancestrale in cui la vita si ri-partorisce

non sta facendo poesia fine a sé stessa. Sta indicando una strada concreta per rinascere proprio quando ci sentiamo più soli.

Prima di addentrarci in questa frase potente, vale la pena capire chi è l’uomo che la pronuncia.

frase di Morelli che aiuta a rinascere dalla solitudine

Chi è Raffaele Morelli

Raffaele Morelli è medico, psichiatra, psicoterapeuta e per anni direttore della rivista Riza Psicosomatica. Ha fondato l’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica, un centro che ha contribuito a diffondere in Italia un approccio integrato tra psiche e corpo, molto prima che diventasse di moda parlare di “benessere olistico”.

Ha scritto decine di libri di successo, è stato ospite fisso in programmi televisivi e radiofonici, ed è diventato un punto di riferimento per chi cerca risposte pratiche ai piccoli e grandi disagi quotidiani. Morelli ha una capacità rara: parla di psicologia con parole semplici, dirette, talvolta spiazzanti. Non consola. Non accarezza l’ego. Ti dice: “Smettila di combattere ciò che senti. Ascoltalo”. E sulla solitudine è ancora più radicale.

Solitudine: problema o occasione?

Viviamo in un’epoca in cui siamo sempre connessi. Eppure, mai come oggi, ci sentiamo soli. Studi pubblicati su riviste scientifiche come il Journal of Personality and Social Psychology hanno evidenziato come la percezione di solitudine cronica sia associata a maggiore stress, infiammazione e rischio cardiovascolare. La solitudine fa male, è vero. Ma attenzione: Morelli distingue tra solitudine subita e solitudine abitata.

La prima è quella che viviamo come rifiuto, esclusione, fallimento. La seconda è quella che scegliamo, o almeno accettiamo, come momento di contatto con noi stessi.

Il buio, il vuoto, il nulla” sono metafore di una dimensione ancestrale, e Morelli ci sta ricordando qualcosa di molto concreto: ogni nascita avviene nel buio. Nel grembo materno non c’è luce, non c’è rumore sociale, non c’è pubblico. C’è silenzio. C’è attesa.

Per Morelli, la solitudine è un ritorno simbolico a quel grembo. Non un regresso, ma una preparazione.

Il buio, il vuoto, il nulla“: cosa significa?

Questa frase non è un invito al nichilismo. È un invito alla fiducia:

  • Il buio rappresenta ciò che non conosciamo di noi stessi.
  • Il vuoto è lo spazio lasciato libero quando qualcosa finisce.
  • Il nulla è la sospensione tra ciò che eravamo e ciò che diventeremo.

Quando una relazione finisce, quando perdiamo un lavoro, quando i figli crescono e se ne vanno, sperimentiamo esattamente questo: buio, vuoto, nulla. Il rischio è riempire subito quello spazio con distrazioni, nuove relazioni tampone, scelte affrettate. Morelli invece suggerisce di restare lì. Di non correre a tappare il silenzio. Perché è proprio in quella sospensione che “la vita si ri-partorisce”.

La parola è forte: ri-partorisce. Non “riprende”. Non “continua”. Si partorisce di nuovo. Significa che non torniamo come prima. Cambiamo forma.

Rinascere dalla propria solitudine

Facciamo un esempio concreto. Anna, 45 anni, si separa dopo vent’anni di matrimonio. La casa improvvisamente è silenziosa. Le sere sono lunghe. Il telefono non squilla. La tentazione è iscriversi a qualsiasi app di incontri pur di non sentire quel vuoto.

Secondo l’approccio di Morelli, quel momento non va anestetizzato. Va attraversato. Cosa significa in pratica? Significa:

  • concedersi tempo senza programmare subito il “dopo”;
  • osservare le emozioni senza giudicarle;
  • evitare di definire la propria identità solo attraverso il ruolo perso.

La solitudine diventa uno spazio creativo. Magari Anna riscopre passioni dimenticate, oppure capisce di aver sempre vissuto per compiacere l’altro. In quel vuoto, emerge una parte autentica di sé.

Morelli sostiene spesso che non dobbiamo “migliorare noi stessi”, ma lasciare che emerga ciò che siamo davvero. La solitudine, in questo senso, è una levatrice: aiuta a far nascere ciò che era rimasto soffocato.

Il paradosso: per stare bene con gli altri bisogna saper stare soli

C’è un altro insegnamento implicito nelle sue parole. Se non sappiamo stare soli, cercheremo gli altri per colmare una mancanza. E quando l’altro non riesce a riempirci completamente, lo accuseremo di non amarci abbastanza.

La solitudine abitata diventa quindi una palestra relazionale. Più impariamo a sostenerci nel vuoto, meno useremo gli altri come stampelle emotive.

Anche la psicologia contemporanea conferma questo punto: la capacità di tollerare la solitudine è correlata a maggiore autonomia emotiva e relazioni più stabili. Chi non fugge dal silenzio tende ad avere un senso di sé più definito.

Un messaggio scomodo, ma liberante

La verità è che la frase di Morelli non è comoda. Dire che nel buio si rinasce significa accettare che il dolore non sia sempre un nemico. E questa è un’idea che stona in una cultura ossessionata dalla felicità immediata. Eppure è proprio qui che il suo pensiero diventa rivoluzionario. Non dobbiamo eliminare il vuoto. Dobbiamo attraversarlo.

La prossima volta che ti sentirai solo, prova a non definirti “sbagliato”. Prova a chiederti: cosa sta cercando di nascere dentro di me? Forse scoprirai che quel buio non è una condanna. È un grembo.

E allora la solitudine smette di essere un abisso e diventa una soglia. Una soglia verso una versione più autentica, meno rumorosa, ma incredibilmente più viva di te stesso.

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