Luigi Pirandello, drammaturgo e romanziere siciliano premio Nobel per la letteratura nel 1934, ha costruito tutta la sua opera attorno a una domanda che non finisce di fare male: chi siamo davvero, quando quello che siamo lo decidono sempre gli altri? Le tre frasi che seguono vengono da Uno, nessuno e centomila, da Il fu Mattia Pascal e da Enrico IV, e illuminano con una precisione rara il meccanismo per cui finiamo per vivere una vita che non riconosciamo come nostra.

Perché le frasi di Pirandello fanno ancora così male
C’è qualcosa nelle parole di Luigi Pirandello che non invecchia, forse perché il problema che descrivono non invecchia. La pressione degli altri su chi siamo – il modo in cui veniamo visti, classificati, ridotti a un’immagine – non è una questione del primo Novecento: è la condizione ordinaria di chiunque viva in relazione con altre persone. Le tre frasi che seguono vengono da opere diverse, ma parlano tutte dello stesso meccanismo: come si finisce per essere quello che gli altri si aspettano, perdendo nel frattempo il filo di quello che si è davvero.
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Perché crediamo di essere uno solo e invece siamo molti
“Ciascuno di noi si crede uno, ma non è vero. È tanti.”
Pirandello parte da qui, da questa certezza che abbiamo di avere un’identità unica e stabile, un io che rimane se stesso attraverso il tempo e le relazioni. Uno, nessuno e centomila smonta questa certezza pagina dopo pagina: ogni persona che ci incontra vede una versione diversa di noi, risponde a un’immagine diversa, e noi finiamo per adattarci a quelle immagini senza accorgercene.
Si parla in modo diverso con la madre, con il capo, con gli amici, con il partner. Non per ipocrisia: per sopravvivenza sociale. Il risultato è che ci si moltiplica, si diventa versioni diverse di se stessi a seconda di chi si ha davanti, e quella moltiplicazione silenziosa è già una prima, profonda forma di perdita di sé. Ci vuole qualcosa di preciso – uno sforzo consapevole, oppure una crisi – per accorgersi di quanto ci si sia allontanati da ciò che si è davvero.
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Come recitiamo tutti senza saperlo
“Recitiamo, tutti. Tutti recitiamo, tanto che nessuno sa più chi è.”
Questa frase, tratta da Il fu Mattia Pascal, dice qualcosa di più radicale: non solo che ci adattiamo agli altri, ma che la recitazione è diventata così profonda e così continua da cancellare la consapevolezza stessa di star recitando.
Non si sa più dove finisce il ruolo e dove comincia la persona. Si recita il figlio obbediente, il professionista competente, il partner affidabile, il collega disponibile, e a un certo punto si scopre di non sapere più cosa si è quando non si sta interpretando nessun ruolo. Pirandello non dice che questo accade alle persone fragili o poco consapevoli: dice che accade a tutti, perché i ruoli sociali non sono eccezioni alla vita, sono la struttura stessa dentro cui la vita si svolge. E quando la struttura è così pervasiva, uscirne – anche solo per un momento – richiede un atto di volontà non comune.
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Quando l’altro decide chi siamo
“L’uomo non è altro che una maschera.”
La maschera, in Enrico IV, non è una bugia cosciente che si porta sul viso per ingannare. È qualcosa di più sottile e più inquietante: è la forma che il mondo ci impone e che finiamo per abitare così a lungo da dimenticare che ce la siamo messa.
Gli altri ci guardano e vedono una maschera – il ruolo, la funzione, l’immagine che proiettiamo – e rispondono a quella maschera. Noi rispondiamo alle loro risposte. E così, a forza di rispondere alle aspettative altrui, la maschera smette di essere qualcosa che portiamo e diventa qualcosa che siamo.
Pirandello non offre vie di uscita semplici, perché non crede che esistano: la consapevolezza di portare una maschera è già, per lui, il massimo a cui si possa arrivare, ed è già qualcosa, in un mondo in cui la maggior parte delle persone non ci arriva mai.
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